Niente panico: comprendere l’ansia per farsela amica

La parola “ansia” ci rimanda immediatamente col pensiero a sensazioni spiacevoli perlopiù legate alla paura che ciascuno di noi, chi più chi meno, ha provato in determinate circostanze della sua vita.

Per qualcuno è una costante, per altri una sensazione occasionale. L’attacco di panico, in particolare, è una manifestazione acuta dell’ansia e più persone di quanto generalmente si pensi ne hanno sperimentato l’effetto dirompente almeno una volta nella vita.

Non tutti sanno, però, che l’ansia è tutto tranne che un nemico da combattere! Essa ha carattere adattivo ed è indispensabile nelle situazioni di pericolo o di difficoltà per darci la forza di reagire.

Conoscere le cause e gli effetti che è in grado di produrre è fondamentale per imparare a gestire le situazioni in cui insorge e riuscire a non farsi paralizzare dalla sua forza.

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Purtroppo l’ansia, ossia quella spiacevole sensazione di paura e apprensione che noi tutti conosciamo, è un sintomo molto diffuso, soprattutto nella nostra società.

Dico “purtroppo” perché a causa delle modalità spiacevoli con cui si presenta (forte sudorazione, tachicardia, oppressione toracica..), siamo soliti intenderla con un’accezione negativa, non tenendo conto del fatto che, in realtà, essa rappresenta una modalità di risposta estremamente adattiva per l’organismo.

Tra tutte le emozioni, infatti, la paura, che è quella maggiormente associata all’ansia, permette all’organismo di attivarsi in situazioni potenzialmente pericolose e di garantirne la sopravvivenza favorendo un atteggiamento di attacco-fuga, ossia: mi difendo oppure scappo per salvarmi da eventuali minacce ambientali.

Questo tipo di risposta, che è particolarmente evidente ed adattiva negli animali, assume una grande importanza anche nel comportamento umano.

A tal proposito, un famoso studio (Yerkers e Dodson, 1908) ha sottolineato come il rapporto tra ansia e performance segua un andamento ad “U rovesciata”, tale per cui ad un livello minimo di ansia, la performance è bassissima, ma all’aumentare della stessa, la prestazione migliora fino a raggiungere livelli ottimali.

Se l’ansia diventa eccessiva, però, ciò comporta effetti negativi sulla performance e questa è la situazione che si verifica nel panico paralizzante (e quindi patologico) che impedisce all’individuo di vivere la propria quotidianità e svolgere le abituali mansioni in modo sereno.

L’ansia, quindi, può essere considerata fisiologica (e, di conseguenza, funzionale) fino a che mantiene il suo valore di utilità per la sopravvivenza, non lo è più quando diventa disadattiva per l’individuo (Faravelli, 1989).

In poche parole, sentirsi in ansia in certe situazioni sociali, prima di eventi importanti, mentre siamo in attesa di una risposta significativa, o quando temiamo una situazione, non presuppone necessariamente “soffrire di ansia”, anzi, l’ansia è proprio ciò che in tali circostanze ci permette di raggiungere la massima riuscita.

Una risposta patologicamente ansiogena viene definita tale sulla base della modalità di insorgenza e della durata.

A questo riguardo è importante, per prima cosa, distinguere l’ansia di tratto dall’ansia di stato (Faravelli, 1989).

Se l’ansia, infatti, si manifesta come una modalità stabile e duratura del soggetto di reagire agli eventi e quindi come un elemento del carattere, parliamo di ansia di tratto.

È questa la situazione classica del disturbo di ansia generalizzato: la persona che ne soffre è costantemente in preda ad un’apprensione persistente, appare incontrollabilmente preoccupata per ogni tipo di circostanza o attività. Il senso di agitazione ed irrequietezza sono estremamente frequenti, così come l’impazienza, gli scoppi d’ira, l’insonnia, la distraibilità ed i  disturbi somatici (soprattutto a carico della muscolatura) dovuti allo stato di tensione in cui il soggetto vive (Davison e Neal, 2001).

L’ansia di stato si riferisce, invece, ad una situazione acuta che si verifica nel “qui ed ora”, ma che non rappresenta la modalità abituale dell’individuo di rapportarsi agli eventi della vita; può essere considerato un sintomo, uno stato momentaneo, spesso con un’ insorgenza improvvisa e intensa, così come avviene nell’attacco di panico.

Tale disturbo, anch’esso estremamente diffuso, è caratterizzato da tutta quella serie di sintomi spiacevoli accennati all’inizio e comunemente associati all’ansia: palpitazioni, nausea, dolore al petto, capogiri, sudorazione, tremore a cui si associano anche sintomi più “psicologici” come, ad esempio, senso di irrealtà, paura di perdere il controllo, di diventare pazzo o morire (Davison e Neal, 2001).

Secondo il modello cognitivo-comportamentale, l’ansia è il prodotto di un processo di condizionamento a stimoli esterni: l’ansioso, in altre parole, avrebbe “appreso” la paura associando una certa situazione (o un certo oggetto, nel caso delle fobie) ad un sentimento sgradevole e, pertanto, da evitare.

A tal proposito, vengono proposte, diverse tecniche tese ad avvicinare il soggetto alla fonte ansiogena cercando di diminuirne, gradualmente, l’ansia associata.

I training al rilassamento (personalmente trovo molto interessante ed efficace il training autogeno, ma esistono anche altre tecniche meno “mentali” che, anziché usare visualizzazioni si focalizzano sulla reale tensione muscolare come, per esempio, la metodica di Jacobson) sono usati con la speranza che, se messi in atto nel momento in cui si comincia a percepire la tensione, l’ansia non si autoalimenta ma, al contrario, tende a diminuire (Barlow et al., 1984; Borkovec e Mathews. 1988; Ost, 1987).

L’obiettivo, quindi, è quello di insegnare ai pazienti a rilassare le loro tensioni fino a farle scomparire del tutto, comprendendo, in tal modo, come sia possibile reagire all’ansia con il rilassamento, anziché con l’allarme (Goldfried, 1971; Suinn e Richardson, 1971).

Un rimedio particolarmente efficace, a livello pratico, nel momento in cui si presenta un attacco di panico repentino consiste, semplicemente, nel respirare dentro un sacchetto di plastica al fine di ridurre l’iperventilazione, diretta responsabile dei fastidiosi sintomi somatici connessi ad esso.

Tali metodi risultano indubbiamente efficaci nel risolvere il problema nel “qui ed ora”, ma personalmente credo che l’ansia, sia che si manifesti come una modalità costante di rapportarsi alla vita, sia che si presenti in modo fastidioso ed irruento nella forma di panico, sia sempre un segnale molto significativo che il nostro corpo ci manda nel momento in cui vuole farci capire che c’è effettivamente qualcosa che non va, anche se la nostra mente razionale non se ne è resa conto, e come tale deve essere accolto e ascoltato.

Controllare l’ansia, oltre ad essere pressoché impossibile, non fa altro che generare altra ansia:

se in una pentola a pressione, impediamo all’aria di uscire, questa esploderà, se invece la lasciamo sgorgare, nonostante il rumore fastidioso e persistente, non succederà niente di pericoloso.

Il “rumore” dell’attacco di panico è un rumore molto forte, che spaventa, proprio perché è incontrollabile, ma scappare da questo non servirà a risolvere il problema, anzi.

Occorre trovare il coraggio di attraversarlo quel dolore, di capire qual è il motivo che si nasconde dietro a quel disagio interno che ci fa mancare il respiro, al fine di poterlo riconoscere e gestire evitando, così, di innescare una sorta di circolo vizioso, come purtroppo spesso avviene, in cui si resta intrappolati nella “paura di avere paura”, tipico dell’attacco di panico o nel “labirinto dell’apprensione e della preoccupazione” che si presenta in corso di ansia generalizzata.

Per questo, quando l’ansia diventa eccessiva, frequente e pervasiva, nel caso in cui rilassarsi diventi impossibile, può essere opportuno rivolgersi ad uno specialista in psicoterapia, il quale mette a disposizione la propria esperienza e le proprie conoscenze al sostegno della persona, aiutandola ad affrontare, insieme, un momento delicato ma molto significativo della sua esistenza e dove le parole d’ordine diventano “ascoltarsi, capirsi e coccolarsi”.

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Dott.ssa Ilaria Visconti

Psicologa Psicoterapeuta, specialista in Psicoterapia Comparata redattrice EMAIL: doc.ilariavisconti@gmail.com TELEFONO: 339.6034157 Mi chiamo Ilaria Visconti, sono una Psicologa Psicoterapeuta e vivo a lavoro a Firenze, città che adoro. È molto difficile, per me, pensarmi svincolata dalla psicologia. Sebbene da piccola, infatti, sognassi di fare l’attrice, già alle superiori, scegliendo il Liceo Socio-Psico-Pedagogico è stato facile immaginare cosa sarei diventata da grande. Ed è così che d’istinto (forse nemmeno troppo), a 19 anni mi sono trasferita a Firenze per studiare Psicologia all’Università; nel 2009 mi sono laureata in Psicologia Clinica e della Salute e, dopo il tirocinio e l’esame di stato, mi sono iscritta alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Comparata coronando, finalmente, nel 2014 il sogno di una vita di diventare Psicoterapeuta. Svolgo a Firenze, con tanta passione e dedizione, attività di libera professione dal 2010 nel lavoro clinico con adolescenti, adulti e coppie e continuo a pensare, sempre di più, che il mio lavoro, sia il più bello che esista.

1 Response

  1. andrea lomoro ha detto:

    … mi è scattata la fobia solo a leggere l’articolo.
    Scherzo.
    Ovviamente ringrazio chi lo ha scritto perché chi come me ha fobie, anche se non invalidanti, non può che trovare, da tali supporti, continuo aiuto e spinta costante nel migliorare.
    GRAZIEEEE.

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