Stress e resilienza: ciò che non uccide, fortifica

« Quello che non mi uccide, mi fortifica… »

…direbbe Friedrich Nietzsche. Nell’opera autobiografica “Ecce Homo” egli afferma che persino la malattia rappresenta un’energica stimolazione a oltrepassare i propri confini, superare i limiti e raggiungere una nuova consapevolezza.

Sulla stessa scia, definiamo resilienza la nostra capacità di sopportare e resistere allo stress e ai “colpi” della vita, senza andare in frantumi. Traendo anzi da ogni situazione difficile la forza per ristabilire un rapporto equilibrato con noi stessi e con l’ambiente circostante e l’insegnamento per affrontare efficacemente la prossima sfida che la vita ci proporrà.

Molte sono le caratteristiche che definiscono la resilienza e che possono essere attivate e accresciute per poter vivere bene….anche sotto stress!

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Quando percepiamo di essere oppressi da richieste e problemi insormontabili e di aver perso il controllo sulle nostre condizioni di vita; quando il lavoro diviene massacrante e la famiglia inavvicinabile; quando ci sentiamo distrutti dalla routine quotidiana oppure da grandi cambiamenti che chiameremmo “duri colpi”, come un trasloco, una malattia o la perdita di una persona cara: la nostra auto-diagnosi non può che essere “sono stressato”.

Negli studi sui metalli la parola stress denota il valore della tensione in corrispondenza del quale un materiale comincia a deformarsi. Di fronte a “duri colpi”, oppure a piccoli ma continui colpi quotidiani come quelli che si possono ricevere in un contesto lavorativo troppo richiestivo, poco soddisfacente o addirittura in cui avvengono soprusi ed emarginazioni, anche le persone possono iniziare a “deformarsi”, ovvero a perdere non solo la propria identità, ma anche la propria salute fisica e psichica.

La caratteristica più preoccupante dello stress è la sua inevitabilità. Non è possibile impedire che piccoli o grandi eventi spiacevoli avvengano nella nostra vita (Seyle H., The stress of life, 1956).

Prima di tutto, facciamo chiarezza. Il termine stress è estremamente ambiguo. Una situazione “stressante” può essere una minaccia a cui soccombere oppure una sfida e un’opportunità di crescita. Nessuna situazione “stressante” determina di per sé un peggioramento o un miglioramento delle condizioni di vita di una persona: tale ambiguità può essere risolta solo dall’incontro tra l’evento e le risorse della persona.

In psicologia si distingue tra distress (stress “negativo”) ed eustress (stress “positivo”). Quando l’individuo fallisce nel mobilitare le proprie risorse ed energie per far fronte ad una situazione critica si parla di distress, una condizione fortemente debilitante per la salute. Proprio per il suo effetto catastrofico sulle persone, la ricerca psicologica è impegnata da molto tempo a curare e prevenire le condizioni di distress. In realtà è possibile non solo curare o prevenire lo stress, ma anche promuovere le risorse delle persone e quindi il loro benessere.

Esiste infatti anche uno stress “buono”, l’eustress, che si distingue dal distress solamente in funzione della capacità delle persone di far fronte alle situazioni critiche. In particolare, si parla di eustress quando l’individuo si sente adeguatamente stimolato, di possedere il controllo della situazione e di riuscire adeguatamente a rispondere alla “sfida” che gli si presenta.

Queste indicazioni portano alla conclusione che nonostante lo stress sia inevitabile, è possibile vivere bene sotto stress (Antonovsky A., 1987) . La maggior parte delle persone sotto stress riesce a mantenere un rapporto equilibrato con l’ambiente e in molti casi riesce a svilupparsi, a crescere e a conseguire livelli maggiori di benessere, persino nelle circostanze più critiche.

Nella maggior parte dei casi, dopo una malattia ci si rialza e dopo una grave perdita si prosegue il nostro cammino.

E’ interessante quindi andare a indagare quali siano le risorse a disposizione delle persone per far fronte alle sfide della vita ed a trovare interventi efficaci a rafforzare tali risorse.

In psicologia tale costellazione di risorse prende il nome di resilienza.

Anche il termine resilienza deriva dalla scienza dei metalli e si riferisce alla capacità di un materiale di resistere ad un urto improvviso o a una pressione prolungata, mantenendo la propria forma senza spezzarsi e senza propagare incrinature. Esso assume un significato ancora più positivo in psicologia: non solo la capacità di resistere e di tornare allo stato iniziale, ma anche l’orientamento dell’individuo verso la crescita e il benessere personale.

Così come lo stress fa male al nostro corpo, la resilienza ha effetti benefici sul sistema immunitario, ormonale e cardiovascolare.

La ricerca psicologica ha messo in luce che il concetto di resilienza può essere scomposto in varie caratteristiche che sono sempre presenti, almeno in “seme”, in ogni persona. L’individuazione di queste caratteristiche permette all’individuo che è costretto a convivere con lo stress di alimentare questi “semi”, da solo oppure, se necessario, con la guida di uno psicologo o psicoterapeuta. Vediamo in seguito quali sono queste caratteristiche (Magrin M. E., Dalla resistenza alla resilienza: promuovere benessere nei luoghi di lavoro. Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia, 2008):

  • sentirsi “autoefficaci”, ovvero sentirsi competenti, capaci di affrontare le richieste ambientali e di perseguire i propri obiettivi;
  • saper attribuire in modo obiettivo le cause dei propri successi e insuccessi prevalentemente a se stessi, senza pensare che esista un “destino” e senza dare sempre e comunque la “colpa” agli altri (ciò che in psicologia viene chiamato “locus of control interno”);
  • essere tendenzialmente ottimisti, ovvero attendersi in modo realistico che in futuro avvengano eventi favorevoli;
  • possedere una buona autostima, ovvero una considerazione positiva di se stessi ed avere un atteggiamento di accettazione verso le proprie caratteristiche positive e negative;
  • possedere un sano senso dell’umorismo;riuscire a realizzare anche a piccoli passi progetti concreti;
  • entrare in contatto con le altre persone e con la natura;
  • voler trovare uno scopo e un significato al proprio “cammino di vita”, in senso anche spirituale e/o religioso.

Un buon supporto sociale e un contesto di vita ricco e stimolante sono senz’altro fattori che facilitano lo sviluppo non solo della resilienza ma anche di tutta una serie di tratti di personalità positivi. E’ stato però dimostrato che

nessuna circostanza, neppure la più sfavorevole, può impedire totalmente all’individuo di mantenere un orientamento attivo verso la salute e il benessere.

Uno psicologo umanista, Viktor Frankl (1974), ce ne offre un esempio facendo riferimento alla propria esperienza:

“[…] Sono sopravvissuto a quattro campi di concentramento nazisti e come tale porto la testimonianza di un insospettato grado di resistenza nell’affrontare le peggiori condizioni possibili dell’uomo.
Perfino la vittima più indifesa in una situazione senza speranza, fronteggiando un destino che egli non può cambiare, può innalzarsi sopra di lui, può crescere al di là di lui e così farlo cambiare. Può trasformare una tragedia in un trionfo”.

Durante una ricerca psicologica è stato osservato lo sviluppo di circa 700 neonati che presentavano un’elevata probabilità di sviluppare disturbi psicopatologici, proprio perché nati in un contesto sociale molto difficile. Dopo 40 anni, circa un terzo di quei neonati ha avuto uno sviluppo positivo (Werner E. E., What can we learn about resilience from large scale longitudinale studies? In “Handbook of resilience in children”, New York, 2004) .

Si potrebbe dire quindi che la forza dell’essere umano sta nelle innumerevoli possibilità che ha di rispondere alle richieste dell’ambiente. Di fronte al loro presunto “destino”, gli uomini possono contrapporre la loro creatività.

Proprio nello sviluppo o per meglio dire nel recupero della creatività consiste l’obiettivo di alcuni degli interventi psicologici volti ad aumentare la resilienza degli individui. In genere tali interventi si basano su attività ludiche e significative che hanno lo scopo di far sperimentare emozioni positive e di far acquisire consapevolezza rispetto alle risorse possedute e al grado di autonomia che gli individui hanno nello scegliere le strategie migliori per fronteggiare le avversità.

Durante tali giochi si possono illustrare casi di “straordinaria resilienza”, fornendo così agli individui occasioni di apprendimento e di cambiamento. Si possono anche usare metafore o racconti inventati, oppure chiedere alle persone di raccontare loro stessi la loro vita, metodo questo che in genere attiva una vera e propria riscoperta delle proprie risorse, senza contare che il narrarsi è anche un processo attraverso il quale l’individuo attribuisce significato alla propria esperienza.

Quindi, qual è il miglior antidoto allo stress?

Cerchiamo di riscoprire le nostre emozioni positive e la nostra creatività nella nostra quotidianità. Ricerchiamo esperienze che ci diano gioia, speranza, dedichiamo del tempo per noi e solo per noi, per il nostro benessere…. senza sentirci “in colpa”, “incoscienti” o addirittura “stupidi”, ma semplicemente pensando che ci stiamo preparando per la battaglia.

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Dott. Nicola Megna

Psicologo Libero Professionista (iscritto all’Albo degli Psicologi della Toscana n° 5760) Dottore di ricerca in Psicologia Psicoterapeuta in formazione redattore EMAIL: nicolamegna@gmail.com TELEFONO: 3405702321 riceve a Prato e Pistoia “Il vero viaggio non consiste nella ricerca di nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” (Marcel Proust) Incontrai questa frase in un periodo in cui dovevo prendere grandi decisioni: andare o rimanere, ritrovarsi o separarsi. Come un fulmine che rischiara il cielo, questa frase mi fece capire l’importante ruolo delle nostre emozioni. Esse sono una bussola fondamentale per le decisioni che dobbiamo prendere, soprattutto quando il mare è in tempesta: ignorarle significa perdersi. Oltre alla libera professione, lavoro in un centro pistoiese che fornisce servizi residenziali per persone con problemi di salute mentale e di tossicodipendenza. Ciò è sicuramente molto impegnativo, ma mi ha anche insegnato la condivisione, la collaborazione, la critica costruttiva, l’ascolto reale, l’assertività... e molto altro. Sto attualmente specializzandomi in psicoterapia ad indirizzo umanistico e bioenergetico, il cui principio fondamentale è la centralità della persona, intesa come unità biologica, psichica e spirituale in cui si integrano armoniosamente emozioni ed intelletto, corpo ed anima, relazione ed affermazione di sé. Partendo dalla convinzione che ognuno è artefice e responsabile della propria vita e della propria crescita, la psicologia umanistica mette al centro la massima socratica “conosci te stesso” e cerca di rendere concrete le profonde implicazioni che questa consapevolezza può avere nel migliorare i valori umani e sociali. “Da piccolo” scoprii che, più che ai giochi, ero interessato a capire come stavano i miei amici, quali erano le loro storie, cosa rendeva ognuno di loro così unico eppure così simile a me. Scoprii quanta forza ci viene data dalla condivisione delle nostre risate e delle nostre lacrime, delle nostre paure e dei nostri sogni. “Da grande”, dopo aver rischiato di dimenticarmi tutte queste cose, sono riuscito invece a comprendere che ogni persona è capace, anche da adulta, di essere creativa, di essere libera, di esplorare.

1 Response

  1. 1 marzo 2013

    […] Stress e resilienza: ciò che non uccide, fortifica – Psicologia OK […]

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