Donne che amano troppo: la dipendenza affettiva

Quando essere innamorate significa soffrire, stiamo amando troppo“.

Con queste parole l’autrice Robin Norwood, psicoterapeuta americana specializzata in terapia della famiglia, apre il suo libro “Donne che amano troppo“. Il “troppo amore” concesso all’altro a discapito di sé stessi è ciò che identifica la dipendenza affettiva.

Ce lo hanno insegnato fin da piccoli: nell’amore gioia e dolore camminano di pari passo!

Storie d’amore strazianti vengono raccontate da sempre in letteratura, nei testi delle canzoni, attraverso l’arte figurativa….

In qualche modo diventa familiare l’idea che le “lacrime d’amore” siano parte integrante e necessaria di una relazione intima finché la prima lite, il primo abbandono, il primo tradimento non arrivano a confermarci quanto sia difficile vivere una relazione senza contemplare una certa dose di sofferenza.

Se è vero che capita a tutti di sperimentare le pene d’amore, non bisogna però confondere la dipendenza affettiva con la normale dipendenza insita naturalmente in una relazione amorosa.

Nella dipendenza affettiva, sperimentata più spesso dalle donne ma che non lascia completamente immune il genere maschile, ci si annulla nella relazione mettendo i bisogni del partner costantemente davanti ai propri.

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Quando parliamo di dipendenza affettiva ci riferiamo soprattutto alle donne, perché?

Non è un caso che dalla letteratura sull’argomento risulta come il 99% della dipendenza affettiva sia un problema di natura strettamente femminile.

I criteri dei manuali di psicopatologia descrivono una “dipendenza sottomessa” che, probabilmente, è più comune nelle donne; da considerare inoltre è  anche il grado in cui alcune società e culture incoraggiano proprio questo tipo comportamenti dipendenti e sottomessi.

Tale aspetto può essere correlato a stereotipi culturali legati al genere, che considerano la dipendenza più accettabile nelle donne consentendo loro di esprimerla in maniera più vistosa.

In alcune culture una struttura di personalità dipendente è adattiva; ma nelle culture occidentali, come la nostra, dove sono presenti il pensiero indipendente e le realizzazioni individuali, un orientamento dipendente può essere  problematico.

Ma vediamo cosa intendiamo per dipendenza…

La persona  dipendente non è in grado di prendere delle decisioni da sola, ha un comportamento sottomesso verso gli altri, ha sempre bisogno di rassicurazioni e non è in grado di funzionare bene senza qualcun altro che si prenda cura di lei”  (Gabbard, 1995).

E la dipendenza affettiva?

Possiamo dire che una prima caratteristica della dipendenza affettiva è la difficoltà a riconoscere i propri bisogni e la tendenza a subordinarli ai bisogni dell’altro.

Chi soffre di dipendenza affettiva non è in grado di prendere decisioni da solo, si tratta di individui insolitamente sottomessi che hanno sempre bisogno di rassicurazioni.

Sono donne che cercano poco le relazioni strette, solo in cambio di protezione e sicurezza;  in realtà cercano persone che si prendano cura di loro e pur di compiacere l’altro ed evitare il conflitto viene evitata quasi ogni sorta di controversia. Il conflitto è temuto ed evitato. Non si arrabbiano adeguatamente con le persone da cui necessitano supporto e accudimento per timore di allontanarle.

Chi ha una dipendenza affettiva nell’amore vede la risoluzione dei propri problemi ed il partner assume il ruolo di un salvatore, egli diventa lo scopo della propria esistenza, la sua assenza anche temporanea provoca un profondo senso di angoscia.

Le persone dipendenti hanno un’idea di sé pervasa dalla paura di essere sbagliate, inadeguate, incompetenti; ciò le rende insicure e con una bassa valutazione del proprio valore e della propria efficacia. Sono portate a scegliersi partner con caratteri forti, che assumono nei loro confronti comportamenti di controllo e di dominio e la loro paura di essere costantemente inadeguate non fa che rinforzare la dipendenza dall’altro.

Mi disse di non subire mai le decisioni degli altri, di chiedere sempre perché. E quando andavo al cinema, di guardare le scene d’amore”.
A parlare è  Margarethe Walter, l’ultima paziente di Freud.

Già, l’amore…ma cosa può avere a che fare l’amore con la dipendenza?

Facciamo un passo indietro.
E’ possibile affermare che il rapporto madre-bambino può essere considerato il prototipo del legame di coppia e  che non solo da bambini, ma anche da adulti si percepisce la persona amata come più  forte e più saggia (Bowlby1982).

L’amore che tiene legati gli adulti può essere considerato un vero e proprio processo di attaccamento, simile a quello che lega un bambino alla madre, ovvero un processo che ha alla sua base tanto il bisogno di protezione, quanto la propensione a prendersi cura dell’altro.

Ma allora..tutto naturale? Si,  ma solo se tra i due partners c’è reciprocità..

Quando è solo uno dei due , più spesso la donna, che “ama troppo” (per dirla come il titolo di un libro “Donne che amano troppo“, di R. Norwood), che giustifica l’uomo, che passa sopra la sua indifferenza,  che ha paura del suo cattivo carattere, che non si sente libera di fare e dire ciò che vorrebbe, che si adatta pensando che lui cambierà per amore suo, allora non c’è  l’amore, c’è la dipendenza…

Ci si annulla pur di compiacere l’altro, si fa di tutto per non farlo arrabbiare e si accetta ogni suo scatto di nervi, ogni sua bugia, ogni sua violenza per la paura di perderlo! E la paura dell’abbandono si fa sentire più del piacere della  sua compagnia…

Questo è amore?

La psicologia psicodinamica ha provato a spiegare come stanno le cose e sembrerebbe che il comportamento dipendente possa essere un modo per evitare la riattivazione di esperienze traumatiche del passato e quindi sarebbe utile all’interno di un processo terapeutico esplorare ogni ricordo delle separazioni vissute nel passato ed il loro impatto.

Le origini possono essere rintracciate anche in bisogni infantili inappagati: i bambini i cui bisogni d’amore rimangono non riconosciuti possono adattarsi imparando a limitare le loro aspettative; questo processo di limitazione può portare al formarsi di  pensieri del tipo: “i miei bisogni non contano” o “non sono degno di essere amato“.

La guarigione dalla dipendenza affettiva non consiste nel distacco dalla persona o dalle persone da cui si era dipendenti, ma nell’acquisizione di un’autonomia affettiva; questo è ciò che permette di entrare consapevolmente e realmente in relazione con gli altri, perché li vogliamo, perché li scegliamo, non perché abbiamo bisogno di loro per esistere.

Uno degli obiettivi del lavoro di psicoterapia con il soggetto dipendente è aiutare la persona a svincolarsi dall’altro e trovare una propria autonomia che permette di poter effettuare delle scelte affettive libere e aperte alla reciprocità.

È importante quindi aiutare queste persone ad agire indipendentemente dagli altri e tuttavia essere in grado di sviluppare relazioni intime e ravvicinate; a separarsi e differenziarsi gradualmente per accrescere la sicurezza in sé stesse.

Tutto questo non è facile, ma il primo passo per cambiare è credere in sé stesse, credere che si può andare avanti anche senza di “lui”; lui, che in fondo non ci ha mai dato amore..e allora, riprendiamoci quella parte di amore che ci spetta, iniziamo a conoscere quella vita che è là fuori, e che aspetta solo noi.

Di seguito, alcuni suggerimenti su come approfondire l’argomento:

Carli Lucia: Attaccamento e rapporto di coppia.
Grazia Attili:
Attaccamento e amore
R. Nerwood:
Donne che amano troppo
J
. Bowlby:
Costruzione e rottura dei legami affettivi

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Dott.ssa Luisa Langone

Psicologa - Psicoterapeuta redattrice EMAIL: luislan1@libero.it “E' l’inconscio a determinare il nostro carattere” - diceva Jung... Nella vita, prima che nel lavoro, ho sempre cercato di andare al di là delle apparenze e di trovare il significato profondo di ogni comportamento. La scelta di essere psicologa nasce dal mio profondo interesse per il “mondo interno” di ciascuno di noi, un interesse che è andato maturando già durante gli anni del liceo; in effetti la lettura di Seneca, lo studio di Euripide, gli scritti di Pirandello e Svevo, hanno tracciato la strada per quella che poi sarebbe diventata una professione. Una professione... una identità... Sono laureata in Psicologia clinica ed ho conseguito la specializzazione in Psicoterapia Psicodinamica; dal 2010 sono referee per la valutazione di eventi E.C.M. e attualmente lavoro come libero professionista in ambito privato.

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