Fame di cibo e di amore: i disturbi del comportamento alimentare

Sono famose le campagne shock contro l’anoressia che ritraggono i corpi denutriti di giovani modelle dalla bellezza sfigurata. Eppure i disturbi alimentari sono diversi e non colpiscono solo le donne che lavorano grazie alla propria immagine.

Nel mondo sono milioni le persone che vivono un rapporto distorto con il cibo…

Provare lo stimolo della fame e placarlo sedendosi a tavola è un gesto talmente quotidiano da essere considerato banale. Eppure intorno al cibo e all’atto di nutrirsi ruota un mondo intero fatto di emozioni e relazioni, oltre che di fattori chimici e biologici.

Mangiamo per molti motivi diversi, che spesso non hanno nulla a che fare con la necessità di alimentare il proprio corpo ma sono maggiormente legati al bisogno di nutrire la propria anima.

Questo rende il legame con il cibo facilmente bersaglio di comportamenti disfunzionali che vanno dal rimpinzarsi di “cibo-spazzatura” nei momenti di noia o nervosismo allo svilupparsi di vere e proprie patologie, a volte fatali.

Riconoscere di avere un rapporto insano con l’alimentazione e comprendere le dinamiche che sottendono certi comportamenti diventa pertanto il primo e fondamentale passo per ristabilire l’equilibrio  e prendersi cura del proprio benessere psico-fisico.

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Tra i vari bisogni fisiologici di cui un organismo vivente non può fare a meno, uno fondamentale è quello di nutrizione; argomento, questo, estremamente vasto in quanto coinvolge fattori biologici, psicologici, relazionali e culturali.

L’essere umano mangia per una serie di motivi e tra questi, lo stimolo biologico della fame, ne costituisce soltanto uno. Connessi all’atto del mangiare ci sono aspetti legati alla convivialità, alla condivisione, a certi stati emotivi quali tristezza, senso di solitudine, euforia, noia.

Mangiare ci “riempie” lo stomaco, ma anche l’anima; mentre si mangia si socializza e si fa gruppo…mangiare serve a sopravvivere, ma è anche un enorme piacere, i buoni sapori infondono gioia.

L’interesse per il cibo e per l’alimentazione è talmente diffuso in ogni cultura ed in ogni contesto che non deve affatto stupire come tale aspetto del comportamento umano sia soggetto a svariati tipi di patologie (Davison & Neal, 2001).

Quando si parla di “Disturbo del Comportamento Alimentare”, siamo soliti riferirci ad una sindrome caratterizzata da un’alterazione del comportamento alimentare e delle condotte connesse al cibo che danno luogo ad una inadeguata assunzione e assorbimento degli alimenti che compromette il funzionamento psicosociale ed il benessere fisico del paziente (Fairburn & Walsh, 1995).

Ma perché, nonostante il cibo sia un aspetto che riguarda la quotidianità di tutti gli esseri umani, soltanto alcune persone lo vivono come un problema?

Secondo l’approccio cognitivo, alla base della tendenza a sviluppare un disturbo del comportamento alimentare ci sarebbero fattori di personalità veri e propri che si originano già a partire dall’infanzia (Reda, 1986).

Ognuno di noi si relaziona, fin da piccolo, con l’ambiente esterno ed è proprio grazie a questi continui scambi interattivi che si crea e si sviluppa l’identità personale, inizialmente sulla base delle relazioni significative che si stabiliscono con i genitori (in particolar modo con la madre) e, in seguito, con le altre figure significative della propria vita.

Ogni essere vivente avverte l’esigenza di trovare un ordine alla complessità che caratterizza la propria natura, che gli consenta di organizzare la propria realtà seguendo una logica ed è sulla base di tale principio che si forma il sistema di conoscenza di sé e del mondo (Reda, 1986).

L’organizzazione cognitiva che si ritrova in pazienti con disturbi alimentari psicogeni viene definita organizzazione DAP.

Ogni individuo già prima della nascita, costruisce modalità di conoscenza del mondo e ciò gli consente di entrare in relazione con sé stesso e con l’ambiente esterno, attribuendo significati ai suoi stati interni e agli avvenimenti esterni.
L’attività che permette lo sviluppo e l’organizzazione della conoscenza è il “sistema di attaccamento”, inteso come la modalità per entrare in contatto fisico con le figure di accudimento e protezione (Bowlby, 1969). Ciò permette di stabilire una relazione di reciprocità tra bambino e genitore relativa all’effetto che l’attività dell’uno ha sull’altro e viceversa.

Nelle famiglie in cui si sviluppa la personalità DAP l’attaccamento che caratterizza il periodo infantile è ambiguo, incerto e confuso; l’insicurezza della madre rispetto al suo nuovo ruolo, che viene  vissuto come troppo impegnativo e che la fa sentire impreparata ad affrontarlo, si nasconde dietro una concentrazione eccessiva verso l’alimentazione come modalità privilegiata per entrare in contatto con il neonato (Reda, 1986).

Tutto ciò determina lo stabilirsi di un rapporto di reciprocità in cui il bambino provoca, nei propri genitori, incertezza e questa incertezza generata nelle figure di attaccamento, a sua volta, determina confusione in quelli che sono i tentativi del bambino di organizzare la propria conoscenza. Nelle famiglie così organizzate il padre è, generalmente, una figura periferica e assente e assume, talvolta, nei confronti del figlio, un ruolo molto deludente.

D’altro canto c’è una madre che, più o meno rassegnata ad un ruolo che fa fatica ad accettare, sacrifica le sue aspirazioni dedicandosi forzatamente al figlio ed esprimendo la rabbia repressa sempre in modi indiretti (ad esempio critica apertamente il padre di fronte al figlio, ma mai in modo esplicito).

Le modalità comunicative sono, quindi, contraddittorie e ciò non fa altro che generare ulteriore confusione nel bambino e nella modalità che usa per comprendere il mondo.

È comunque importante, per le famiglie DAP, che l’immagine rimandata all’esterno sia quella di una famiglia perfetta ed è per questo che, già nella fanciullezza, i bambini fanno di tutto per cucirsi addosso l’etichetta di “figli d’oro”, bravissimi a scuola, adeguati ai ritmi della famiglia e all’educazione che viene loro imposta, andando incontro a difficoltà nello svilupparsi di un  concetto di sé coerente.

Già in età preadolescenziale, quindi, il mangiare troppo (o troppo poco) costituiscono l’unica possibilità di scelta.

Il bambino inizia a strutturare un’immagine di sé poco definita a causa dell’abitudine ad essere anticipato nelle proprie decisioni, nel focalizzarsi esclusivamente su ciò che gli altri pensano e provano, andando costantemente alla ricerca di giudizi e conferme esterne che vengono vissuti  come indispensabili e temuti allo stesso tempo (Reda, 1986).

È così che, in età adolescenziale, momento in cui si inizia a diventare consapevoli delle proprie sensazioni e delle proprie necessità, si presenta, nel ragazzo, un disturbo dell’autoconsapevolezza per cui diventa estremamente difficile “sentirsi padrone delle proprie sensazioni ed azioni e  raggiungere un senso di padronanza del proprio corpo” (Brunch, 1973).

Per le famiglie DAP è molto difficile sopportare la presenza di un figlio adolescente a causa delle modificazioni nelle modalità di pensiero e nelle nuove richieste tipiche dell’età e quindi, il naturale cambiamento del figlio determina, nei genitori, un tentativo di intrusione nella vita dell’adolescente allo scopo di controllare il pensiero del ragazzo; tale atteggiamento si concretizza nella tendenza ad anticipare sempre come stanno e andranno le cose del mondo, definendo i suoi sentimenti e cercando di sostituirsi alle sue aspettative e ai suoi pensieri (Reda, 1986).

Ciò non può che generare un senso di incertezza nel figlio e gli impedisce di costruirsi un’immagine di sé definita e tale aspetto è particolarmente accentuato dalla tendenza a focalizzarsi sul giudizio degli altri che lo paralizza nei confronti del mondo esterno a causa della paura di essere giudicato.

È presente una ricerca continua dell’approvazione degli altri con lo scopo di trovare sé stesso nel riconoscimento proveniente dalle persone significative e, nel momento in cui ciò non avvenga, il giovane comincia ad avvertire una insistente sensazione di vuoto interiore che viene etichettata come fame, che gli consente, così, di utilizzare le modalità conosciute in famiglia per risolvere i problemi, evitando di riflettere sulle sensazioni provate.

È in questo modo che si sviluppa una vera e propria strategia intorno all’alimentazione in cui le aspettative di rifiuto provocano disorientamento e sensazioni di vuoto che vengono colmate con mangiate eccessive (crisi bulimica) e dove una possibilità di recupero dell’autostima viene associata a diete ferree (anoressia).

L’aspetto fisico è diventato, ormai, un modo per evitare i giudizi dall’esterno.

Il disturbo alimentare vero e proprio è più frequente nel sesso femminile; nel sesso maschile si trovano più spesso, maniere alternative per gestire in modo confuso l’immagine di sé (difficoltà scolastiche, comportamenti auto lesivi, cleptomanici ed atti violenti).

L’identità personale è caratterizzata da un atteggiamento verso sé stesso oscillante tra il valore più assoluto e la critica più spietata e, di conseguenza, c’è un’estrema vulnerabilità alle disconferme; è proprio la paura del giudizio, infatti, a provocare turbamento emotivo nella personalità DAP.

L’insicurezza che caratterizza l’immagine di sé e la ricerca continua di conferme fa in modo che l’attenzione selettiva della personalità DAP si concentri sulle opinioni delle persone che appaiono più sicure o comunque di successo ma ogni critica o disapprovazione viene vissuta come un fallimento totale che si ripercuote sulla propria immagine di persona insignificante ed inutile che porta la persona a preferire una vita fatta di progetti e fantasie che non vengono mai messe in atto per paura di fallire.

Quando tale pericolo di esporsi diventa estremo ci si difende  con l’aspetto fisico: ingrassando si facilita un giudizio negativo sulla propria persona senza esporsi ad un livello profondo di pensiero; dimagrendo si cerca un giudizio positivo (l’essere magro è associato, nella nostra cultura,  a bellezza e attività) ma vago perché non riguarda le caratteristiche profonde della propria personalità.

Si distinguono tre tipologie di disturbi del comportamento alimentare: anoressia mentale, bulimia mentale e disturbi non altrimenti specificati (DAS) tra cui, uno particolarmente diffuso, è il disturbo da alimentazione incontrollata.

Come si vede, esistono molti fattori che contribuiscono allo svilupparsi di un disturbo del comportamento alimentare che sono legati sia ad aspetti culturali che relativi alla personalità e che rendono queste patologie particolarmente insinuose.

Ciononostante psicoterapie mirate, preferibilmente di tipo sistemico-relazionale (che prevedono l’intervento sull’intero nucleo familiare) o di tipo cognitivo-comportamentale (che si concentrano sul paziente designato), permettono buone possibilità di guarigione sia nel caso in cui il disturbo sia agli esordi sia quando è in via di cronicizzazione o già cronicizzato.

Una via di uscita, anche quando è difficile vederla, esiste sempre ed è possibile trovarla con l’aiuto di un professionista.

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Dott.ssa Ilaria Visconti

Psicologa Psicoterapeuta, specialista in Psicoterapia Comparata redattrice EMAIL: doc.ilariavisconti@gmail.com TELEFONO: 339.6034157 Mi chiamo Ilaria Visconti, sono una Psicologa Psicoterapeuta e vivo a lavoro a Firenze, città che adoro. È molto difficile, per me, pensarmi svincolata dalla psicologia. Sebbene da piccola, infatti, sognassi di fare l’attrice, già alle superiori, scegliendo il Liceo Socio-Psico-Pedagogico è stato facile immaginare cosa sarei diventata da grande. Ed è così che d’istinto (forse nemmeno troppo), a 19 anni mi sono trasferita a Firenze per studiare Psicologia all’Università; nel 2009 mi sono laureata in Psicologia Clinica e della Salute e, dopo il tirocinio e l’esame di stato, mi sono iscritta alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Comparata coronando, finalmente, nel 2014 il sogno di una vita di diventare Psicoterapeuta. Svolgo a Firenze, con tanta passione e dedizione, attività di libera professione dal 2010 nel lavoro clinico con adolescenti, adulti e coppie e continuo a pensare, sempre di più, che il mio lavoro, sia il più bello che esista.

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