Uscire dall’anoressia nervosa: un percorso possibile

La malnutrizione è il flagello dei paesi non industrializzati mentre in quelli più ricchi, dove procurarsi da mangiare non sembra un problema per la maggior parte delle persone, sono diffusissime varie patologie legate al cibo, dall’obesità all’anoressia.

Fantasmagorici programmi televisivi che ci fanno vedere cuochi più o meno professionisti preparare prelibatezze di ogni genere; e poi al primo intervallo pubblicitario magiche pillole dimagranti e giovani modelle in costumi striminziti che ci invitano a stare a dieta con i cereali e gli alimenti light!

Nella nostra società, ricca di contraddizioni e condizionamenti, il rapporto con il cibo per moltissime persone risulta decisamente complesso e non è raro che sfoci in un vero e proprio disturbo del comportamento alimentare.

Tra questi quadri patologici, l’Anoressia Nervosa è la più diffusa e, forse, la più nota forma di Disturbo del Comportamento Alimentare.

Ma cos’è l’Anoressia Nervosa? E se ne può uscire?

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Un noto detto popolare recita: “Una mela al giorno, toglie il medico di torno”.

Nel caso in cui, però, il cibo diventi un vero e proprio nemico e, durante tutto l’arco della giornata, l’unica cosa che si accetti di ingerire è, al massimo, una mela, la questione cambia.

Quando al rifiuto di mangiare (e al conseguente dimagrimento) si accompagnano segni quali: rifiuto di mantenere un peso corporeo pari o superiore a quello ritenuto sufficiente in rapporto all’età e al peso della persona, intensa paura di ingrassare (anche quando si è sottopeso), eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sulla propria autostima (“se sono grassa, non valgo nulla”) e segnali fisiologici rilevanti quali perdita di almeno tre cicli mestruali consecutivi, allora, con buona probabilità ci troviamo di fronte ad un caso di Anoressia Nervosa.

Il termine anoressia, secondo alcuni, risulta essere inappropriato in quanto si riferisce alla perdita di appetito, mentre, al contrario, molti soggetti anoressici non solo non perdono l’appetito o l’interesse per il cibo ma, addirittura, manifestano una sorta di ossessione per questi aspetti arrivando a leggere continuamente libri di cucina o a cucinare per tutta la loro famiglia (Davison & Neal, 2001).

L’esordio del disturbo è graduale e insidioso: la ragazza (parlo al femminile perché, sebbene tale disturbo sia in forte aumento anche nel sesso maschile, si sviluppa con maggiore frequenza nelle donne), talvolta in reale sovrappeso, inizia una dieta per perdere i chili in eccesso.

È importante sottolineare che la decisione di intraprendere una dieta non comporta di per sé lo svilupparsi di un disturbo alimentare, ma ne costituisce soltanto un possibile campanello d’allarme.

Il pericolo si presenta nel momento in cui la dieta diventa eccessivamente ferrea, il perdere peso un’ossessione e, anziché seguire le indicazioni del dietologo o nutrizionista, la ragazza esegue una dieta “fai da te” tesa ad eliminare ogni possibile apporto calorico.

L’evidente dimagrimento che ne deriva è in contrasto con il dinamismo e l’intensa attività fisica dell’anoressica, che si associa alla negazione o minimizzazione dell’esistenza di un problema corporeo, nonostante nel frattempo siano subentrati evidenti sintomi di disagio fisico, quale perdita del ciclo mestruale e aspetto trasformato rispetto alle sembianze abituali.

Il cibo diventa una vera e propria ossessione e diventa talvolta oggetto di rituali (i più frequenti consistono nello sminuzzare il cibo in pezzetti molto piccoli con i quali “giocherellare” all’interno del piatto o nel disfarsene segretamente, mettondolo nelle tasche o in altri recipienti) che, pian piano, finiscono per coinvolgere tutta la famiglia e comportano il rifiuto di una serie di alimenti considerati “ipercalorici”, “ingrassanti”, “non sani”. Dopo questa prima fase che vede coinvolti i familiari, la paziente tenderà a mangiare da sola ad orari fissi il cibo cucinato con cura nel più rigido rispetto di regole autoimposte.

Si distinguono due tipologie di anoressia: nel sottotipo “con restrizioni” la perdita di peso è dovuta a restrizioni alimentari; nel sottotipo “con abbuffate/condotte di eliminazione”, il soggetto si sottopone ad abbuffate (di quantità comunque inferiore rispetto a quelle tipiche delle crisi bulimiche) che vengono poi smaltite tramite vomito autoindotto, uso di lassativi e diuretici o attività fisica intensa (Davison & Neal, 2001).

L’umore, in corso di anoressia, è depresso anche se ancora non è chiaro se sia l’anoressia a provocare depressione o se questa la preceda. Di fatto, tale fattore non deve essere trascurato perché , sebbene soltanto in una piccola percentuale di soggetti, esistono possibilità di comportamenti suicidiari.

Inoltre, il fatto che l’anoressia nervosa sia caratterizzata da un’avversione per il cibo comporta, fin da subito, complicanze fisiche talvolta anche molto gravi che possono portare, a morte per cachessia (deperimento eccessivo), eventualità che si verifica nel 10% dei casi circa.

Non bisogna però dimenticare che molte persone riescono ad uscirne definitivamente.

Guarire dall’anoressia nervosa è quindi possibile. Vediamo come.

Ciò che generalmente risulta difficile è convincere un soggetto a sottoporsi a terapia in quanto le figure specialistiche vengono vissute come “coloro che vogliono far acquistare peso” e quindi come “nemiche” e pertanto riuscire a conquistare la fiducia del paziente risulta essere già una grande vittoria e presagio di successo terapeutico.

La terapia per anoressia si pone due obiettivi, di cui l’immediato è quello relativo al recupero di peso in modo da evitare complicanze mediche e rischio di morte (Davison & Neal, 2001).

A tal proposito la terapia cognitivo-comportamentale ha creato dei programmi nei quali il soggetto anoressico ricoverato in ospedale viene indirizzato a stabilire un rapporto maggiormente soddisfacente con il cibo, cucinandolo, per esempio, o consumandolo in compagnia e guadagnando ricompense sia per l’ingestione di cibo che per l’incremento del peso.

Nelle pazienti meno compromesse da un punto di vista medico ma che necessitano comunque di cure intensive, una valida alternativa è offerta dal ricovero in day hospital (la ragazza arriva nel luogo di cura la mattina e rimane fino a dopo cena) che permette alla paziente di mantenere i propri rapporti sociali o professionali ed avere contatti più regolari con amici e parenti.

L’ ospedalizzazione costituisce la soluzione estrema a tale problematica e si rende necessaria solo nelle circostanze in cui le complicanze mediche espongono la paziente a gravi rischi per la propria salute.

Negli altri casi, si può ricorrere alla psicoterapia individuale che, nel caso della Terapia Cognitivo-Comportamentale, prevede:

  • interventi di psicoeducazione, il cui scopo è quello di fornire alla paziente una spiegazione clinica del proprio disturbo in modo da metterla a conoscenza dei vari problemi connessi ad esso e dei trattamenti possibili);
  • informazioni su un’alimentazione sana, con l’obiettivo di dimostrare alla paziente che, contrariamente a quanto pensa, non esistono cibi “giusti” o “sbagliati”, ma che ogni alimento gioca un ruolo determinante per un giusto apporto calorico e non per questo è necessariamente “pericoloso”;
  • la compilazione di un diario dei sintomi in cui si riporta la data, il pensiero, l’emozione e la messa in atto o meno di un comportamento tipico del disturbo al fine di poter auto monitorare i propri progressi.

Il secondo obiettivo di trattamento, ossia il mantenimento a lungo termine dei riultati raggiunti, è più difficile da ottenere, in quanto, sebbene molti ex pazienti riescano a guarire definitivamente, molti altri vanno incontro a recidive e risulta, quindi, indispensabile aiutare la paziente a prevenirle ed affrontarle serenamente.

A tal proposito è indispensabile ricordare che gli “scivoloni” non presuppongono necessariamente una “ricaduta” vera e propria ma, anzi, fanno parte del processo di guarigione e possono essere risolti mettendo in atto le strategie apprese in corso di psicoterapia.

Oltre ai buoni risultati ottenibili tramite trattamento cognitivo-comportamentale, un’altra modalità di trattamento privilegiata per i il disturbo in questione è quella relativa alla terapia familiare.

Tale tipo di orientamento parte dal presupposto che il problema del paziente anoressico nasconda dietro di sé un disagio che riguarda l’intero nucleo familiare ed il suo sintomo verrebbe inconsciamente “usato” dalla famiglia per distogliere l’attenzione da altri problemi che vengono così mascherati (Rosman, Minuchin e Liebeman, 1976).

Al fine di curare il disturbo, si cerca di portare alla luce il conflitto; in questo modo il familiare sintomatico viene liberato dalla costrizione di dover mantenere il proprio problema, in quanto esso non serve più a sviare l’attenzione dalla famiglia disfunzionale.

Attraverso l’uso di una serie di tecniche messe a punto da Minuchin e collaboratori (Rosman, Minuchin e Liebman, 1975), l’alimentazione del figlio, anziché essere il centro del conflitto, genererà collaborazione e renderà i genitori più capaci di affrontare i problemi del figlio.

I Disturbi Alimentari, presupponendo un collegamento diretto con la sfera corporea, sono molto pericolosi e rappresentano la prima causa di morte nell’ambito delle malattie psichiatriche, pertanto non devono essere sottovalutati e non possono passare inosservati.

Il profondo disagio che si cela dietro il rifiuto di mangiare nasconde una grande sofferenza che deve essere ascoltata ed accolta per aiutare la paziente a migliorare la propria qualità della vita e a fare del suo peggior nemico un compagno di vita.

Ai primi segnali, che di frequente si evidenziano già in giovane età, deve essere richiesto un aiuto specialistico adeguato e la psicoterapia è, a tal proposito, un presupposto insostituibile che, con una buona alleanza terapeutica, può aiutare la paziente ad uscire dal tunnel dell’anoressia e ritrovare il gusto di vivere la propria vita serenamente.

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Dott.ssa Ilaria Visconti

Psicologa Psicoterapeuta, specialista in Psicoterapia Comparata redattrice EMAIL: doc.ilariavisconti@gmail.com TELEFONO: 339.6034157 Mi chiamo Ilaria Visconti, sono una Psicologa Psicoterapeuta e vivo a lavoro a Firenze, città che adoro. È molto difficile, per me, pensarmi svincolata dalla psicologia. Sebbene da piccola, infatti, sognassi di fare l’attrice, già alle superiori, scegliendo il Liceo Socio-Psico-Pedagogico è stato facile immaginare cosa sarei diventata da grande. Ed è così che d’istinto (forse nemmeno troppo), a 19 anni mi sono trasferita a Firenze per studiare Psicologia all’Università; nel 2009 mi sono laureata in Psicologia Clinica e della Salute e, dopo il tirocinio e l’esame di stato, mi sono iscritta alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Comparata coronando, finalmente, nel 2014 il sogno di una vita di diventare Psicoterapeuta. Svolgo a Firenze, con tanta passione e dedizione, attività di libera professione dal 2010 nel lavoro clinico con adolescenti, adulti e coppie e continuo a pensare, sempre di più, che il mio lavoro, sia il più bello che esista.

4 Responses

  1. Marika Falbo ha detto:

    Aiutatemi vi prego.

  2. doc.visconti ha detto:

    @ Marika Falbo: Buongiorno Marika.
    Come possiamo esserle d’ aiuto?
    Se ha voglia di parlarne mi contatti alla mail doc.ilariavisconti@gmail.com

    Resto a disposizione, Buona Giornata

  3. Lully ha detto:

    Soffro di anoressia da 8 anni ormai… e non so come uscirne… non ne posso più… vi prego aiutatemi

  4. Dott.ssa Laura Caminiti ha detto:

    @ Lully:
    Ciao Lully, è fondamentale che tu ti faccia seguire nel percorso di uscita da questa condizione. E’ un bene che tu non ne possa più: significa che stai scegliendo di combattere questo mostro e riprenderti la tua vita! La nostra specialista in questo settore è la dottoressa Ilaria Visconti. Contattala pure a questo indirizzo email: doc.ilariavisconti@gmail.com.

    Ti auguro ogni bene

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