Bulimia Nervosa: l’altra faccia della personalità DAP

La bulimia nervosa può essere considerata, insieme all’anoressia nervosa, l’altra faccia della personalità DAP.

Due problematiche apparentemente tanto diverse, eppure terribilmente simili nella loro origine e soprattutto nel carico di sofferenza che si portano dietro.

Sentimenti di perdita del controllo, senso di colpa, vergogna e disgusto per se stessi si avvicendano rapidamente nell’animo di chi soffre di bulimia quando cede all’impulso di abbuffarsi e inducono ad attuare comportamenti compensatori, pericolosi anche dal punto di vista fisico.

La comprensione psicodinamica dei significati profondi che ruotano intorno al cibo, l’elaborazione degli aspetti cognitivi legati al disagio e l’individuazione di strategie comportamentali atte a recuperare il controllo e a riportare un equilibrio nel rapporto con il cibo costituiscono la via d’uscita dalla bulimia nervosa e passano attraverso un rapporto di fiducia e alleanza con il proprio terapeuta.

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Abbiamo già focalizzato l’attenzione sul disturbo del comportamento alimentare che, per grado di diffusione, rappresenta il più importante: l’anoressia nervosa.

All’interno della categoria dei disturbi alimentari sono presenti altre patologie connesse alle condotte legate al cibo e la più diffusa dopo l’Anoressia prende il nome di  “bulimia nervosa”.

“Bulimia” è una parola greca e significa, letteralmente, “fame da bue” (Davison & Neal, 2001), ciò ci permette di comprendere da subito quella che è la caratteristica basilare del disturbo, ossia la necessità di riempire voracemente un vuoto interiore con il cibo.

La bulimia, infatti, si discrimina per la presenza di alcuni episodi durante i quali un rapido consumo di enormi quantità di cibo (crisi bulimica), è seguito da comportamenti compensatori estremi come, per esempio, vomitare, digiunare, svolgere attività fisica eccessiva.

Il concetto di abbuffata, termine usato per riferirsi ad una quantità di cibo eccessiva ingerita in un arco di tempo compreso nelle 2 ore, quindi, assume un valore inestimabile nella comprensione del disturbo.

Le abbuffate si presentano generalmente in solitudine a causa della vergogna che questa abitudine alimentare provoca in chi la vive e sono spesso scatenate da stress o dalle emozioni negative che esso suscita, da situazioni legate al cibo o da preoccupazioni relative all’aumento di peso e tendono a continuare fino a che l’individuo avverte la sgradevolissima sensazione di scoppiare.

La crisi bulimica si annuncia spesso come una sensazione febbrile: la persona sente che sta per cedere, ma tenta disperatamente di resistere fino a che, all’improvviso, la sua capacità di controllo viene meno e comincia l’abbuffata, in cui vengono privilegiati quei cibi che possono essere ingeriti rapidamente come, per esempio, gelati o torte, i quali sono freneticamente ingurgitati e non assaporati (Abraham & Beaumont, 1982).

Terminata l’abbuffata, la sensazione che pervade chi l’ha attuata è quella di un senso di disgusto per se stesso, disagio e paura di aumentare di peso e proprio tali sentimenti lo spingono a mettere in atto condotte di eliminazione (Davison & Neal, 2001) e a lottare contro il torpore derivante dall’abbuffata per indursi il vomito. Un grande numero di bulimiche ricorre anche a lassativi o diuretici o pratica sport eccessivo per mantenere il peso e la forma del proprio corpo.

Come i soggetti con anoressia nervosa, anche quelli affetti da bulimia nervosa, hanno paura di aumentare di peso e la loro autostima dipende fortemente dal mantenimento del peso corporeo normale (non dimentichiamoci che, alla base della problematica è presente lo stesso tipo di personalità, cioè quella DAP [Reda, 1986]). Essi tendono, allo stesso modo, ad avere un’ immagine distorta del proprio corpo, il quale viene considerato grasso anche quando, generalmente, è normopeso.

Distinguiamo, anche per la bulimia nervosa, due sottotipi di patologia: “con condotte di eliminazione e “senza condotte di eliminazione” che differiscono dagli stessi sottotipi dell’anoressia nervosa solo per il quantitativo di cibo ingerito (notevolmente inferiore nell’anoressia).

Un aspetto particolare che si riscontra in chi soffre di bulimia nervosa (ed è, invece, assente nell’ Anoressia Nervosa) è la tendenza a mettere in atto furti, abusare di sostanze illegali ed avere una vita sessualmente promiscua, come a conferma del fatto che esiste un forte legame tra Bulimia Nervosa e disturbi legati alla sfera degli impulsi (Rowston e Lacey, 1992), in particolare, l’incapacità di resistere al bisogno di vomitare o di svolgere attività fisica eccessiva,  impedirebbe anche di resistere al bisogno di rubare oggetti o di abusare di sostanze.

A causa delle abituali cattive condotte in chi soffre del disturbo (prevalentemente induzione di vomito, abuso di lassativi e diuretici), la Bulimia Nervosa comporta delle conseguenze fisiche negative anche gravi che vanno dall’erosione dello smalto dentario a lacerazioni esofagee (APA, 2000).

Ritengo comunque importante sottolineare che, nonostante questo, alcuni studi rivelano come circa la metà dei casi riesce a vincere la malattia nell’arco di cinque anni (Collins e King, 1994) e come il rischio di mortalità è estremamente inferiore rispetto a quello in chi soffre di anoressia nervosa.

Ma in che modo si guarisce? Come si può imparare a non usare più il cibo per farsi del male?

È importante che la paziente (preferisco usare il femminile data la maggiore diffusione del disturbo in soggetti appartenenti a questo sesso) venga innanzitutto incoraggiata a mettere in discussione tutti quei  canoni sociali diffusi nella nostra cultura occidentale relativi all’avvenenza fisica che influenzano negativamente l’immagine percepita del proprio corpo come, per esempio: “Non si è mai troppo ricchi né troppo magri” (Davison e Neal, 2001).

È importante che le ragazze colpite dal disturbo, comprendano che può essere mantenuto un peso corporeo nella norma senza bisogno di attuare diete ferree o di ricorrere ad abbuffate e che è possibile indulgere in piccole quantità di cibo calorico senza imbattersi necessariamente in un’abbuffata vera e propria con conseguente ricorso al vomito per eliminare ciò che è stato ingerito e che viene vissuto come pericoloso in quanto ingrassante.

La finalità principale che si prefigge il trattamento della bulimia nervosa è quello di aiutare le pazienti a sviluppare modelli alimentari normali, facendo imparare loro a mangiare anche 3 volte al giorno, consumando addirittura spuntini tra i pasti principali senza mettere in atto l’andamento abbuffata/condotta di eliminazione.

Anche in questo caso, buoni risultati vengono ottenuti con la terapia cognitivo-comportamentale che si prefigge, tra i vari obiettivi, quello di insegnare al soggetto bulimico che il controllo del proprio peso può essere attuato con risultati migliori se si riesce ad ottenere un’alimentazione regolare anzichè una dieta ferrea, che viene poi generalmente interrotta da un’abbuffata seguita da condotte di eliminazione.

Tale approccio prevede anche che il soggetto porti piccole quantità di “cibo proibito” da mangiare durante le sedute terapeutiche, cercando di controllare l’irrefrenabile impulso di indurre il vomito associando tale situazione ansiogena all’uso di tecniche di rilassamento.

Ovviamente è importante tenere conto, oltre che degli aspetti comportamentali, anche di quelli cognitivi e, in particolare, si cerca di mettere in discussione tutte quelle pretese non realistiche e le distorsioni cognitive tipiche del disturbo quali, ad esempio, la convinzione che ingerire una piccola quantità di cibo ad alto contenuto calorico significhi essere dei falliti.

L’alleanza tra terapeuta e pazienta acquista, a questo punto, un’importanza insostituibile: è in questa fase del processo terapeutico, infatti, che i due devono iniziare a lavorare insieme per comprendere quali siano quegli eventi, pensieri ed emozioni che scatenano l’impulso di abbuffarsi e per apprendere modalità più adattive con le quali affrontare tali evenienze.

La voracità con cui la ragazza bulimica introduce quantità enormi di cibo all’interno del proprio corpo è riconducibile, metaforicamente, al bisogno di amore come nutrizione che essa non percepisce intorno a sè e che la porta a concludere di non esserne degna.

Per quanto, coerentemente a quanto sostiene la letteratura, io condivida appieno l’efficacia della modalità cognitivo-comportamentale nella risoluzione dei disturbi del comportamento alimentare, da buona futura terapeuta Comparata, credo che certi aspetti più dinamici e inconsci, relativi al significato che il cibo assume per gli esseri umani in termini di affetto, amore e stima di sè non debbano essere lasciati da parte ma, al contrario, debbano essere analizzati e dotati di significato, solo grazie a questa comprensione profonda si può acquisire la giusta consapevolezza per ripartire da se stessi, senza farsi male.

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Dott.ssa Ilaria Visconti

Psicologa Psicoterapeuta, specialista in Psicoterapia Comparata redattrice EMAIL: doc.ilariavisconti@gmail.com TELEFONO: 339.6034157 Mi chiamo Ilaria Visconti, sono una Psicologa Psicoterapeuta e vivo a lavoro a Firenze, città che adoro. È molto difficile, per me, pensarmi svincolata dalla psicologia. Sebbene da piccola, infatti, sognassi di fare l’attrice, già alle superiori, scegliendo il Liceo Socio-Psico-Pedagogico è stato facile immaginare cosa sarei diventata da grande. Ed è così che d’istinto (forse nemmeno troppo), a 19 anni mi sono trasferita a Firenze per studiare Psicologia all’Università; nel 2009 mi sono laureata in Psicologia Clinica e della Salute e, dopo il tirocinio e l’esame di stato, mi sono iscritta alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Comparata coronando, finalmente, nel 2014 il sogno di una vita di diventare Psicoterapeuta. Svolgo a Firenze, con tanta passione e dedizione, attività di libera professione dal 2010 nel lavoro clinico con adolescenti, adulti e coppie e continuo a pensare, sempre di più, che il mio lavoro, sia il più bello che esista.

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