Fine dell’anno scolastico ed esami: come sopravvivere allo stress!

 Comunemente si pensa ad infanzia e gioventù come a periodi spensierati della vita, ma oggi le cose sembrano essere cambiate.

Per entrare nel mondo del lavoro non bastano più la buona volontà e la scuola dell’obbligo. La società richiede impegno, preparazione e specializzazione e l’andare a scuola si configura come la sfida cognitiva e motivazionale più impegnativa che bambini e ragazzi si trovano a dover affrontare nel corso della loro crescita (Bandura 1995).

Tutto ciò richiede un costo in termini di energie intellettive, emotive e fisiche e il risultato a volte può essere una profonda stanchezza, alti livelli di stress e disturbi legati al sentirsi sotto pressione. Oltre alle richieste scolastiche, però, contribuiscono ad aumentare il carico le cattive abitudini e il clima familiare

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A partire dalle prime classi, la scuola propone un accrescimento progressivo delle richieste basandosi su quelle già acquisite. Presuppone cioè apprendimenti cumulativi e pertanto, una mancanza momentanea può avere una ricaduta producendo difficoltà in un momento successivo, nell’ambito della stessa disciplina o in relazione ad altre materie. Queste caratteristiche la rendono sin dall’inizio un’agenzia educativa complessa anche perché il suo essere pubblica implica che le capacità o incapacità di ognuno vengano mostrate ad altri.

Per alcuni allievi l’esposizione al giudizio altrui o solo l’essere oggetto di osservazione è fonte di tensione e stress.

Ed è proprio nel periodo in cui si avvicina la fine dell’anno scolastico che si possono riscontrare stress, forme di disagio relazionale e problemi psicosomatici leggeri tra gli studenti.
Oltre che ad una caduta motivazionale il disturbo più frequente è l’insonnia. Seguono irascibilità e nervosismo. Al terzo posto in ordine di frequenza i disturbi riguardano il mal di testa che colpisce soprattutto le ragazze e al quarto posto in ordine di frequenza, ma non di importanza, i ragazzi lamentano uno stato di abbattimento.

La stanchezza da studio compare ovviamente quando c’è un sovraccarico e va considerata un “segnale” inviato dal corpo che può avere diverse ragioni di base:

  • stanchezza intellettiva (che subentra di solito dopo lungo tempo passato sui libri, a lezione, oppure al computer) dovuta al fatto che il cervello ha proprio bisogno di una pausa;
  • stanchezza motivazionale (per poco interesse, poca fiducia nelle proprie capacità e nella possibilità di raggiungere degli obiettivi);
  • stanchezza fisica/emotiva (quando la gestione delle emozioni come ansia, rabbia e stress richiede molte energie e provoca delle modificazioni di indici fisiologici tra i quali la frequenza cardiaca, la sudorazione, la tensione muscolare, ecc. e la nostra mente è costretta ad occuparsi di queste variazioni riducendo così le nostre capacità di concentrazione su compiti cognitivi).

Ma ci sono anche delle cattive abitudini che peggiorano le performance e impediscono di sfruttare pienamente le risorse individuali.

Innanzitutto va smentita la credenza che il cervello abbia bisogno di zuccheri perché ha sì bisogno di glucosio, ma di quello ottenuto a partire dai carboidrati complessi. Dunque mangiare zuccheri (cioè carboidrati semplici: dolci, bevande zuccherate, molti prodotti industriali) prima di mettersi sui libri è il modo migliore per soffrire di stanchezza da studio: la glicemia si alza velocemente e si abbassa altrettanto rapidamente ad opera dell’insulina, creando di nuovo il senso di fame e mandando in crisi il cervello (e causando la ben nota sonnolenza). Prima di studiare è quindi importante curare l’alimentazione, scegliendo un pasto a basso carico glicemico (ad esempio accostando i legumi ai cereali).

Ogni 50 minuti circa è utile fare una pausa. Alcuni studi infatti hanno messo in luce il fatto che la concentrazione tende a calare notevolmente dopo circa un’ora dall’inizio del lavoro intellettuale. Pertanto, invece di puntare ad uno studio continuato senza pause, è meglio organizzare il tempo in blocchi di studio da circa 50-55 minuti ognuno, intervallati da pause di 10-15 minuti.

La maggior parte delle persone con problemi di stanchezza da studio poi non riposa sufficientemente. In particolare studia fino a notte fonda e si sveglia tardi la mattina, sconvolgendo il ritmo sonno-veglia. Questo è sbagliato perché il nostro cervello è tarato per essere più attivo la mattina e diminuire progressivamente la sua efficienza verso sera, quando effettivamente sono più indicate le attività rilassanti.
Anche se alcune persone sostengono di studiare meglio di notte (e ciò può esser vero), in ogni caso la qualità del sonno ne risentirà e quindi il giorno successivo si accuserà maggiore stanchezza e sonnolenza.

Va inoltre considerato che alcuni insuccessi scolastici possono essere determinati semplicemente da una incompatibilità tra stile d’insegnamento e stile di apprendimento (Stemberg 1996). Molte persone ad esempio si persuadono di non essere portate per una determinata disciplina scolastica, solo perché il modo in cui gli è stata insegnata l’ha resa particolarmente ostica, apparentemente complessa. Tutto questo sta ad indicare la possibilità che un allievo possa andare incontro all’insuccesso scolastico malgrado le sue competenze cognitive siano perfettamente integre ed efficaci, ci sia un’adeguata motivazione all’apprendimento e si impegni nello studio.

Che dire infine dell’impatto del rendimento scolastico sulla vita familiare?

Alle ansie, depressioni, collera e stress degli allievi, molto spesso si aggiungono quelle dei genitori! La delusione di non vedere realizzate le aspirazioni di successo che si nutrivano da sempre sul proprio bambino, o al contrario, la concretizzazione di timori rispetto alla sua scarsa capacità o difficoltà, associati ad un rispecchiamento della propria esperienza personale (frequentemente capita di sentire genitori dire del proprio figlio “anche lui come me a scuola è molto vivace, odia la matematica, ecc.”) diventano una miscela esplosiva, un carico che lo studente deve gestire oltre quello che la scuola richiede.

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Dott.ssa Valeria Buono

Psicologa dello sviluppo e dell'educazione Specializzanda in psicoterapia sistemico-familiare redattrice EMAIL: VALERIA_BUONO@libero.it Credo fermamente che l'identità individuale sia frutto delle relazioni significative che la persona ha intrattenuto e intrattiene nel corso della vita e professionalmente mi muovo a partire da questo principio (disturbi della condotta alimentare, sostegno psicologico ai familiari di malati di Alzheimer e sclerosi multipla, consulenze psico-educative nelle scuole). Considero ogni eventuale problematica non come una caratteristica insita nell'individuo o nel sistema familiare, ma come una modalità di comunicare agli altri significativi, a partire dalle esperienze relazionali e dalla peculiare posizione occupata all'interno del sistema di riferimento. Una frase celebre che è anche un principio attraverso il quale approcciarsi al lavoro è "la mappa non è il territorio, e il nome non è la cosa designata" di Gregory Bateson.

2 Responses

  1. Matteo ha detto:

    Interessantissimo e scritto con semplicità e chiarezza!

  2. grazia ha detto:

    Volevo metterne cinque ! Articolo interessante, grazie dottoressa

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