Competenza sociale e socializzazione: l’importanza delle relazioni

Come si forma la percezione di se stessi e quella degli altri?

Il processo mentale che ci permette di acquisire le cosiddette competenze sociali inizia in concomitanza con la nascita delle emozioni sociali.

Il requisito fondamentale per il nostro inserimento nella società è prima di tutto la comprensione di se stessi, che inizia in tenera età attraverso la socializzazione primaria grazie alla famiglia di appartenenza che permette al bambino di instaurare il primo e fondamentale nucleo di relazioni significative.

La socializzazione è il processo attraverso il quale gli individui sviluppano, lungo tutto l’arco della loro vita, nel corso dell’interazione sociale un grado di competenze comunicative e di abilità all’interno di una determinata cultura, adottando i modelli di comportamento, le norme e i valori della propria società. Dopo la socializzazione primaria, che avviene attraverso l’interazione con la famiglia, la scuola diviene la prima istituzione sociale extradomestica con la quale l’individuo entra in rapporto.

Ma come viene acquisita la competenza sociale?

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L’ingresso nella scuola segna convenzionalmente l’inizio della socializzazione secondaria. La socializzazione secondaria è rivolta alla acquisizione delle competenze specifiche nell’esercizio dei ruoli inizia con la scolarizzazione e prosegue per tutta la vita.

La scuola è un agente formativo che opera un’importante funzione di socializzazione dei soggetti in età più evolutiva, fungendo da tramite tra la famiglia e la società e preparando in tal modo il bambino al suo futuro ruolo di adulto.

Attraverso il processo di istruzione la società si garantisce un certo livello di solidarietà e di unità sociale, trasmettendo senso di appartenenza e di fedeltà a una stessa cultura e a uno stesso gruppo.

Nell’interazione con l’insegnante il bambino impara prima di tutto modelli di comportamento adeguati ad una situazione definiti in termini di rapporti di autorità assai più impersonali di quelli esperiti nella situazione familiare. La socializzazione scolastica trasmette, in base al modo in cui viene attuata e al tipo di rapporti sociali nei quali si esplica, una serie di modelli di comportamento che si rifanno ai principi di autorità, di prestazione, di competizione e di cooperazione.

È nell’ambito scolastico che si costruiscono i gruppi dei pari, caratterizzati da un rapporto paritario e simmetrico fra i membri dovuto al fatto che questi hanno in comune alcune condizioni di base, come la stessa età, ruoli identici, condizioni sociali molto simili. Il gruppo dei pari è un importante agente di socializzazione, perché esercita una particolare influenza nella tarda infanzia e nell’adolescenza. Si tratta di fasi in cui gli individui conquistano un’identità relativamente stabile, spesso attraverso una reazione negativa nei confronti dei modelli appresi in famiglia e nella scuola.

I gruppi dei pari dal momento in cui si formano fino alla tarda adolescenza vanno incontro a un’evoluzione che segue di solito tre tappe fisse:

  • gruppi informali (6-10 anni circa), sono dotati di poche regole, legate soprattutto ai giochi e alle attività da svolgere. I membri si avvicendano molto facilmente senza che il gruppo ne risenta,non ci sono dei leader;
  • gruppi formali (11-15 anni circa), sono dotati di strutture rigide e all’interno si creano divisioni ed esclusioni. I membri che meglio riescono nelle varie attività e che sono più socievoli sono i più popolari, ricercati ed ammirati da tutti. I più impopolari sono di solito individui con piccoli problemi, che di solito riguardano l’aspetto fisico, o con difficoltà psicologiche, come ansia, insicurezza…
  • comitive (16-24 anni), formate da persone con caratteristiche e interessi comuni e che in genere provengono da uno stesso ambiente socioculturale. A differenza dei gruppi formali, le comitive sono miste e spesso diventano il punto di partenza per la nascita di coppie.

L’individuo quindi, durante la socializzazione secondaria, farà sua la cultura della società in cui vive, e imparerà a mettere in scena i ruoli richiesti da quella società, continuando ad interagire con essa e affinando sempre di più la sua competenza sociale. La competenza sociale indica lo sviluppo di abilità socio-cognitive, includendo anche la capacità di autocontrollo emotivo, che ha molta importanza nell’adattamento della persona al contesto di vita.

Le abilità socio-cognitive quali, ad esempio, il realizzare scopi sociali costruttivi come l’avere amici e il mantenere le interazioni testimoniano una definizione di competenza sociale che attribuisce enfasi alle conseguenze sociali che le persone ottengono nei loro contesti di vita (Fabes e altri, Regulation, Emotionality, and Preschoolers’ Socially Competent Peer Interactions. Child Development, 1999).

Come affermano Vaughn e collaboratori (Friendship and Social Competence in a Sample of Preschool Children Attending Head Start. Developmental Psychology, 2000), il gruppo dei pari rappresenta uno dei più importanti contesti di socializzazione, in quanto offre delle opportunità per dare vita ad alcune relazioni sociali con altri bambini e apprendere, perciò, dei comportamenti socialmente competenti.

Numerosi studi hanno mostrato che, fin dall’infanzia, l’amicizia è significativamente associata a un esito evolutivo positivo e alla capacità di adattamento. Già nel periodo della scuola materna, infatti, la capacità dei bambini di costruire relazioni di amicizia stabili e durevoli nel tempo influenza l’atteggiamento verso la scuola e il successo scolastico. Inoltre, l’avere amici, oltre ad indicare l’acquisizione di specifiche competenze interpersonali, aumenta la probabilità di poter fare affidamento su forme di supporto sociale nel momento del bisogno.

Il successo o l’insuccesso sociale richiama la definizione di competenza sociale proposta da Gresham ed Elliott (Assessment and classification of children’s social skills: A review of methods and issues. School Psychology Review, 1984), che si riferisce all’ottenimento di importanti risultati sociali, quali l’essere accettati e venire giudicati in modo positivo dagli altri. Le abilità sociali, ovvero gli specifici comportamenti verbali e non verbali manifestati dalla persona, sono in grado di influenzare le risposte che si possono ottenere dagli altri e il raggiungimento dei propri desideri. Permettono, inoltre, di evitare conseguenze non volute nella propria sfera sociale. Esse rappresentano, quindi, una condizione fondamentale per lo sviluppo di un’adeguata competenza.

Per Rubin e colleghi (Peer interactions, friendships and groups. In Handbook of Child Psychology, 1998) la competenza sociale è la capacità di raggiungere i propri obiettivi nelle interazioni sociali mantenendo simultaneamente buone relazioni con gli altri nel tempo e in situazioni diverse.

In linea con questa definizione, nella letteratura statunitense il comportamento socialmente competente viene in genere assimilato a quello assertivo, ossia alla capacità di affermare ciò che si vuole in modo chiaro senza offendere o danneggiare il proprio interlocutore.

Agire in questo modo permetterebbe di raggiungere i propri scopi individuali senza compromettere le buone relazioni, pervenendo così al duplice obiettivo, strumentale e interpersonale, della competenza sociale.

Le abilità cognitive utilizzate sono quelle relative al problem-solving, ossia alla capacità di identificare e risolvere le situazioni problematiche, tenendo presenti il punto di vista altrui e le conseguenze che seguono ai comportamenti attuati. Nelle interazioni sociali, però, sono anche importanti i processi affettivi come, ad esempio, il modo di reagire alle emozioni e di regolarle, che può influenzare il tipo di comportamento sociale adottato. In questo senso, invece di reagire in modo impulsivo e istintivo nelle situazioni nelle quali si è provocati o minacciati, si può cercare di sviluppare importanti strategie per affrontare le frustrazioni o la paura.

Ma esiste l’incompetenza sociale?

L’incompetenza sociale può derivare da una difficoltà a riconoscere gli obiettivi propri di una situazione/interazione, ma anche dal fatto di sapere cosa si vuole ottenere, ma di non conoscere le strategie adatte, oppure dall’incapacità di usare queste strategie nei vari contesti. Capire che le abilità sociali sono governate da regole significa saper variare il proprio repertorio comportamentale in base al “dove”, “quando”, “con chi” e non attuare in modo generalizzato un comportamento, prescindendo dalla situazione sociale nella quale si è coinvolti.

Abilità sociali: una ricerca sulla gentilezza

I ricercatori della British Columbia, in uno studio svolto in collaborazione con l’Università della California di Riverside e pubblicato sulla rivista Plos One, affermano che i bambini gentili e premurosi, altruisti e solidali vengono premiati dalla società, ma non solo da quella dei grandi, bensì anche dai coetanei. E come se non bastasse nella comunità dei giovanissimi chi è gentile è anche più sereno e gratificato.

La ricerca, coordinata da Kimberly Schonert-Reichl del dipartimento di psicologia dello sviluppo della University of British Columbia di Vancouver, ha indagato le conseguenze sociali della gentilezza nei bambini, constatando che nei ragazzini i comportamenti più altruistici e meno prevaricatori favoriscono l’accettazione sociale e regalano a chi li mette in atto una maggiore felicità e una popolarità tra pari.

Al termine del test gli studiosi hanno registrato una crescita complessiva e trasversale di felicità e hanno constatato un aumento delle quotazioni per i compagni che avevano registrato un record di gesti altruistici. Segno che i bambini buoni e giusti erano stati indicati come più popolari e corteggiati e che la gentilezza premia in termini di leadership.

Non solo: lo studio rivela anche che la gentilezza è la chiave della felicità e dell’appagamento per i più piccini e che i ragazzini che trattano il prossimo con rispetto e cura vengono persino risparmiati dai ben più bruschi bulli che forse, pur avendo scelto nella vita una strada differente, sotto sotto sentono tutta l’autorevolezza dei coetanei gentili.

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Dott.ssa Susanna Casubolo

Psicologa - Psicoterapeuta redattrice EMAIL: susanna.casubolo@hotmail.it Sono psicologa del lavoro e psicoterapeuta di formazione strategica integrata iscritta all’albo degli psicologi del Lazio dal 2005 (n.13083). L’approccio strategico integrato si basa su un lavoro multidimensionale realizzato con la persona (famiglia e/o gruppo) finalizzato al cambiamento. Integra diverse prospettive terapeutiche e lavora su tutti i livelli di cui è composto il problema rimanendo focalizzato sul qui e ora, lavorando per obiettivi ed utilizzando creativamente tecniche ben definite. Oltre all’attività come libera professionista ho maturato esperienza nell’utilizzo della narrazione di sé e della metafora nella scrittura, anche attraverso il lavoro con i gruppi e la realizzazione di corsi di scrittura autobiografica, di scrittura di fiabe e di formazione per animatori e dirigenti centri anziani. Con Aracne Editrice ho pubblicato nel 2005, insieme a Anella Rizzo, “Autobiografia e musicoterapia come supporto nell’assistenza dei malati di Alzheimer” e nel 2010 “Storie di bambini e di bambine per esorcizzare un incontro. Ovvero la paura di mostrarsi o l’arte di nascondersi all’altro”. Con Ded’A Edizioni ho pubblicato nel 2011 “In Metro”. Sono autrice, sempre per DEd’A Edizioni, del social book “People and the city” (www.peopleandthecity.dedaedizioni.it) con pagina dedicata su facebook https://www.facebook.com/cityandpeople. Attualmente scrivo anche per i portali di informazione “Roma che verrà” e “Italia24ore”. Sono un’osservatrice attenta e mai stanca della vita e delle persone. Sono fiduciosa e ottimista e mi piace non perdere mai di vista i sogni senza lasciarli chiusi nel cassetto, preda della polvere, ma lasciandoli invece vivere e respirare all’aria della creatività bambina che crescendo li accompagna verso il futuro della realizzazione. Mi piace molto una frase di Jeremy Irons: “Abbiamo tutti le nostre macchine del tempo. Alcune ci riportano indietro, e si chiamano ricordi. Altre ci portano avanti, e si chiamano sogni”.

6 Responses

  1. mariateresa ha detto:

    Articolo esaustivo e ben documentato.Essere assertivi,aiuta ad avere relazioni serene,anche con chi la pensa in modo diametralmente opposto al nostro e potrebbe essere una filosofia o scelta di vita,per un’esistenza pacifica,anche se “utopistica”.Credo però che l’avere successo negli studi,come nella vita,dipenda più dalla propria ambizione che dalla capacità di relazionarsi positivamente.Anzi,un’eccesso di bontà ed altruismo,potrebbe anche sortire un effetto contrario.La bontà,anche nelle relazioni,porta a scelte di natura sociale no-profit,piuttosto che scalate e arrampicate capitalistiche.
    Socializzare per apportare positività è sempre auspicabile fin da bambini…per cui sorridere,aiuta a vivere e far vivere meglio.

  2. Susanna ha detto:

    @ mariateresa:
    Grazie per il tuo commento e le tue osservazioni. Chi può dire che il successo sia connotato solo dalla scalata o dall’arrampicata capitalistica? Forse si potrebbe dire che sia maggiormente rappresentato dalla rete sociale che una persona detiene e mantiene con il sorriso sulle labbra di cui parli. Per quanto oggi si parli molto di egoismo, arrivismo e parole simili penso che il momento più opportuno per conoscere ed osservare le caratteristiche più profonde di una persona sia mentre interagisce con altri e mette in moto tutte le capacità comunicative e di scambio. Quindi sono d’accordo certamente con te: sorridere aiuta a vivere e a far vivere meglio.

  3. Nausica ha detto:

    Confermo quanto asserisce la psicologa riguardo alla scrittura e alla narrazione. Sono una donna di 49 anni e ho un diario personale da 25 anni. E’ strano, ma nell’adolescenza non ho mai sentito il bisogno di scriverne uno, tutto è iniziato dopo l’università. Inizialmente era solo una cronaca giornaliera delle azioni compiute, venivano nominati familiari e amici che mi circondavano, raramente li analizzavo o analizzavo me stessa da un punto di vista comportamentale ed emozionale, da una decina d’anni a questa parte descrivo ogni dettaglio delle mie emozioni, dei miei comportamenti e di quelli delle persone che mi circondano, trascrivo frasi che nei libri che leggo mi colpiscono e mi invitano a riflettere, preghiere, catechesi e omelie che ascolto in giro, perché io sono molto religiosa. Tutto questo trovo che mi stia aiutando a capire meglio me stessa e gli altri e a sentire Dio e la sua Parola più vicini. A volte mi piacerebbe condividere le mie riflessioni con qualcuno che non fosse solo mio marito.

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    […] rimandiamo a un articolo della Dott.ssa Susanna Casubolo, apparso su PsicologiaOK, che spiega il processo di conoscenza di se stessi e degli altri, per […]

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