In fuga dalla noia: ricerca di sensazioni e realtà virtuale

boredomProva ad immaginare una giornata in cui non hai nulla da fare, hai del tempo tutto per te, per fare qualsiasi cosa tu voglia: leggere un libro, fare una passeggiata, vedere un film che avevi rimandato da tempo…bello, vero?

Finalmente!!

Ora pensa di ripetere questo per giorni e giorni e giorni…ecco che si affaccia un’emozione che poi si trasforma in pensiero: quello che prima sembrava essere un obiettivo desiderabile diventa ora un nemico da fuggire, la noia!

Conosciamo più da vicino questa emozione per scoprire cosa si nasconde dietro il desiderio di fuggirla e come l’uso sempre più assiduo di dispositivi per la comunicazione virtuale è legato alla ricerca continua di sensazioni…

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boredPensatori, filosofi ed intellettuali di ogni secolo e cultura si sono occupati di una delle condizioni che spaventano di più l’essere umano, soprattutto ai giorni nostri: la noia!

Leopardi (I mali sono meno dannosi alla felicità che la noia ), Schopenhauer  (La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra noia e dolore, con intervalli fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia), Pavese (L’ozio rende lente le ore e veloci gli anni ), tutti sono concordi nel definire il tedio, la monotonia, uno dei pericoli da cui fuggire per dare un senso alla propria vita.

Solo Proust cerca in qualche modo di rendere questo quadro un po’ meno “depressivo” affermando che “La noia è uno dei mali meno gravi che abbiamo a sopportare”…ma pur sempre di “male” si tratta a quanto pare! Una delle caratteristiche della noia è la mancanza di sollecitazioni: la persona si trova in una situazione di saturazione di omogeneità (Bonaiuto 1965,1969), caratterizzata da un’assenza di stimoli percettivi, che, come evidenziato da molte ricerche sulla deprivazione sensoriale, può condurre a situazioni “estreme” in grado di generare patologie gravi, come ad esempio disturbi dell’umore e/o allucinazioni, che esulano però dall’argomento del presente articolo.

Tutti nella nostra vita, forse, abbiamo avvertito un senso di inquietudine che si accompagna al non aver nulla da fare, nulla di cui occuparci.

Nella società odierna, fatta di ritmi velocissimi, di stimoli continui e di relazioni interpersonali di ogni genere, raramente ci si rende conto di quanto, nella maggior parte dei casi, siamo incapaci di passare del tempo soli con noi stessi, senza accendere il pc, il tablet, l’ Iphone, lo smarphone o il cellulare.

Tutto viene dato per scontato e “normalizzato”: “ma dai! Non usi Facebook?!? Sei proprio antico!”, “non hai whatsapp?!? E come fai a comunicare?”.

Potrebbe sembrare la scoperta dell’acqua calda in effetti, visto che l’uomo è un essere sociale, inserito in un sistema fatto di relazioni e comunicazioni costanti con il mondo esterno. Ormai ogni approccio psicologico afferma l’importanza delle esperienze interpersonali nella costruzione della propria identità e del quadro psicologico individuale: dall’infanzia fino alla vecchiaia siamo inseriti in un sistema fatto di persone con cui instauriamo relazioni, da cui apprendiamo modi di comportamento e di azione. Ma i tempi cambiano ed anche i modi di interagire si modificano.

emoticonsChi si occupa di comunicazione sa che, nella maggior parte dei casi, i messaggi vengono veicolati da contenuti che fanno parte della comunicazione non verbale: espressioni del volto, gesti del corpo, postura, mimica…ma come si fa a trasmettere tutto ciò tramite uno schermo? Ah giusto, ci sono le emoticons!!!

Da qualche tempo anche i media si sono accorti di questa “evoluzione” relazionale e comunicativa. I social network si diffondono a dismisura, si moltiplicano le applicazioni che permettono di conversare a distanza (chat), crescono i siti di incontri virtuali. Ed anche la pubblicità non è da meno! Sempre più spesso prodotti di uso e consumo usano il tema della noia per costruire messaggi pubblicitari volti a “salvare” la persona da momenti di tedio.

L’obiettivo è sempre quello: occupare ogni istante della propria giornata!

Il problema però nasce nel momento in cui ci si rende conto che questo modo di relazionarsi diventa quello “elettivo”, privilegiato. Come in ogni patologia, il problema non è la presenza del sintomo ma il fatto che esso occupi in modo invasivo e invalidante ogni sfera di vita della persona. Non voglio di certo dire che l’uso di una comunicazione virtuale sia una “patologia” (sebbene in alcune circostanze diventi proprio questo, vedi dipendenza da internet) ma che, in molti casi, sia un grado di toglierci il piacere di vivere e relazionarci in modo differente.

Per non parlare del fatto che, sovente, alla base di questa fuga dalla noia c’è un bisogno profondo: il desiderio di fuggire dalle emozioni che non sappiamo gestire e che non vogliamo vedere. Avere un livello costante di attivazione psicofisica permette di sopire e trascurare emozioni e carenze, intime e radicate, che vengono relegate in un angolino in attesa che la persona sia in grado di vederle e gestirle. Bisogni, desideri, necessità vengono sacrificati in nome di una soddisfazione momentanea, ma rimangono sempre lì e si trasformano in una pentola piena d’acqua che metti sul fuoco e copri con un coperchio!

Facciamo un esperimento: vi invito a fare un gioco di ruolo e a diventare antropologo per un giorno!

Andate in un locale pubblico, frequentato da giovani e meno giovani, lasciate il cellulare o il pc in borsa, prendetevi qualcosa da bere o da mangiare e osservate chi vi sta intorno…quanti di loro si stanno godendo un momento di relax chiacchierando con un amico, leggendo un libro o una rivista? E quanti invece sono intenti a digitare freneticamente su una tastiera sia da soli che in compagnia? A scrivere messaggi in chat o a giocare a qualche applicazione che, a pensarci bene, riproduce solo quei meravigliosi giochi in scatola di qualche anno fa da fare con gli amici tutti seduti ad un tavolo?

E così nascono movimenti volti a contrastare questo fenomeno, persone (non certo eremiti in Tibet) stanche di tentare di comunicare con qualcuno intento a fissare un telefono. Esempio è una moda iniziata da poco ma che si sta diffondendo in tutto il mondo occidentale: vuoi venire a cena con me?

cellulariMetti il cellulare in una scatola, chi lo prende per primo paga la cena a tutti!

Ma cosa c’è alla base di questo desiderio di occupare ogni minuto della giornata?

Zuckerman (1994) parla di sensation seeker, riferendosi a colui che è sempre alla ricerca di sensazioni ed emozioni. Questo costrutto rappresenta un tratto di personalità contraddistinto da un bisogno costante di stimolazioni le cui caratteristiche principali sono: ricerca di esperienze e di avventure, disinibizione, suscettibilità alla noia. Dalle ricerche internazionali è emerso che la sensation seekimg si riscontra in molte psicopatologie tra cui il disturbo borderline di personalità,  il disturbo antisociale, l’abuso di sostanze e le dipendenze in generale. Ma, senza voler per forza porsi su un versante patologico, il sensation seeker è anche l’adolescente che vive una delle fasi più complesse dell’esistenza umana, colui che decide di intraprendere viaggi in zone a rischio, la persona dedita a sport estremi, il trasgressore di norme sociali e culturali…

Il rischio però, come affermato dallo stesso Zuckerman, non è un requisito fondamentale e indispensabile che, invece, è rappresentato proprio dal bisogno individuale di fuggire alla noia, con esperienze (di ogni genere) in grado di mantenere un alto livello di arousal (eccitazione, attenzione) e di generare emozioni. E così la ricerca di sensazioni può avvenire attraverso la visione di un film horror o di una gara automobilistica, la partecipazione ad uno spettacolo estremo,persino durante l’ascolto di un brano musicale.

Ed in tutti questo di certo la nostra società non aiuta: i ritmi sono frenetici e le richieste (lavorative, personali, relazionali…) si muovono velocemente intorno e noi e richiedono il nostro totale impegno per riuscire a rispondere in modo adeguato a tutto, si viene a creare una sorta di assuefazione, di apprendimento rispetto a questi stili di vita. Così assieme al  senso del tempo da dedicare a noi stessi, si perde quello di sé e degli altri, dei propri bisogni e delle proprie emozioni: l’uomo disimpara a godersi il tempo a disposizione e ha la costante necessità di riempirlo. Ciò che è un bisogno naturale, quello della ricerca occasionale di sensazioni, diventa una costante, nel nostro caso, rappresentata da un perenne bisogno di essere in comunicazione VIRTUALE con chi ci sta attorno, anche se realmente abbiamo qualcuno “attorno”.

Attenzione però: tutto quello che è eccitante perché nuovo, a lungo andare, diventa noioso perché abituale!

chairs-&-coffeeVi chiedo di provare a dedicare almeno qualche minuto al giorno a voi, senza stimolazioni esterne, senza per forza dover fare qualcosa; qualche istante riservato alla famosa “noia”, dedicato a passare del tempo con il vostro migliore amico, quello che vi conosce meglio di tutti e che sa ciò di cui avete bisogno: voi stessi! Magari all’inizio non sarà facile e neanche piacevole, ma a lungo andare potrebbe riservare qualche sopresa!

E ricordatevi che, come diceva Giacomo Leopardi, La noia è il più nobile dei sentimenti umani, in quanto ci mostra l’insufficienza delle cose esistenti di fronte alla grandezza del desiderio nostro.

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Dott.ssa Chiara Illiano

Psicologa clinica, psicoterapeuta, esperta in psicologia giuridica, formatrice redattrice EMAIL: c.illiano@tiscali.it Nel 2005 ho conseguito la laurea in psicologia presso l’Università La Sapienza di Roma e, come la maggior parte degli psicologi, sognavo di fare la psicoanalista. Il destino e, soprattutto, le mie scelte, mi hanno invece portato a specializzarmi in psicoterapia breve ad approccio strategico e a diventare psicologa giuridica. Amo la pragmaticità, la creatività, credo che il cambiamento passi attraverso una nuova visione della realtà, di noi stessi e di chi ci circonda. Come dice Huxley “la realtà non è ciò che ci accade ma ciò che facciamo di quello che ci accade”. Ho iniziato la mia “vita” da professionista, collaborando con un’associazione che si occupa di “minori a rischio” e di “anziani fragili”, per poi passare al Telefono Azzurro, in cui ho lavorato per circa 3 anni. Dal 2010 ho iniziato la mia avventura da libero professionista come psicoterapeuta, psicologa giuridica, esperta in tecniche di rilassamento ed ipnosi e formatrice/docente presso enti pubblici e privati. Collaboro, inoltre, con un’associazione che si occupa di dipendenze (da sostanze, da alcool, da internet, da gioco e affettive) e di disagi psicologici individuali e relazionali. Non ho certezze nella mia vita e non credo nelle verità assolute, ma il paradosso sta proprio qui, infatti sono certa che questo sia il MIO lavoro e lo faccio in primis con passione e amore.

8 Responses

  1. federica ha detto:

    assolutamente d’accordo! Devo dire che la settimana scorsa sono rimasta qualche giorno senza pc perché in riparazione…credevo di sentirmi persa ed invece mi sono sentita quasi sollevata, ci voleva una pausa…ma breve ovviamente! 😉
    ps: non riesco a votare l’articolo!

  2. Dott.ssa Laura Caminiti ha detto:

    @ federica:
    Ciao Federica,
    innanzitutto grazie per la tua testimonianza! 🙂
    In che senso non riesci a votare? Non ti fa cliccare sulle stelline?

  3. Caterina Iacobitti ha detto:

    Articolo molto interessante e chiaro; in effetti mi rendo sempre più conto di quanto non si sappia più stare soli con se stessi o peggio ancora di quanto pur di non stare soli si riempia la propria vita di modalità di comunicazione alternative (chat, sms ecc. ecc) che portano ad un isolamento ancor più grave: quello fisico e quello strettamente “relazionale” fatto di scambi reali di parole e gesti!…ieri sera sono rimasta stesa 15 minuti fissando il muro davanti a me: volevo esser lasciata sola con i miei pensieri e con la mia noia!!!

  4. federica ha detto:

    problema risolto!

  5. Stefano ha detto:

    Il problema è che quando mi soffermo a riflettere su me stesso, la mia vita, e i miei bisogni, entro in uno stato depressivo.
    Secondo me le persone tendono a voler occupare il tempo in ogni modo possibile per non dover affrontare la frustrazione di vivere una vita che non li soddisfa a pieno, o comunque per non dover affrontare il senso di vuoto che TUTTI avvertono quando si ritrovano senza stimoli esterni o emozioni.
    Insomma la mia opinione è che questo sia un meccanismo di difesa generato dall’istinto di sopravvivenza. Se una persona dovesse vivere costantemente senza emozioni nè stimoli sarebbe depressa o apatica, e non apprezzerebbe la vita.
    Detto questo comunque è pur vero che molte persone riescono a tollerare la noia intesa come assenza di stimoli ed emozioni per un pò di tempo.
    Mentre ci sono persone come me che sono alla continua e frenetica ricerca di emozioni e stimoli, e sono incapaci di tollerare la noia.
    Curioso il fatto che siano stati riscontrati collegamenti con il disturbo borderline di personalità e il disturbo antisociale, ma ritengo che l’attenzione vada focalizzata sul sistema della dopamina. Perchè a mio parere in alcune persone i livelli di dopamina sono troppo bassi, e tendono di conseguenza a ricercare emozioni e stimoli per portare questa dopamina a livelli alti. Mentre persone che producono abbastanza dopamina non hanno bisogno di ricercare stimoli ed emozioni come la droga perchè il loro livello di dopamina è sufficiente e stanno bene anche impiegando il tempo in una conversazione o a leggere un libro.
    Quindi per favore esortate psicologi e psichiatri a studiare maggiormente la dopamina, perchè si sa troppo poco su questa sostanza, e considerando che regola la maggior parte della nostra vita non va affatto bene.

  1. 25 settembre 2014

    […] che il seeker non sopporta è la noia. È come se queste persone avessero una soglia della noia tarata su un livello molto basso, potendo […]

  2. 26 gennaio 2015

    […] tal proposito vi propongo un articolo che ho scritto tempo fa, originariamente pubblicato sul sito PsicologiaOK, e che parla proprio di questo, ossia di cosa si nasconde dietro la realtà […]

  3. 8 giugno 2017

    […] “mi piace” ottenuti su Facebook o secondo la quantità di “follower” su Twitter e su altri social network, e molte volte a seguito di insulti o offese ricevute  sul web si hanno risvolti […]

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