Bullismo: l’approccio psicologico a un fenomeno complesso

mobile_phoneIl bullismo è un fenomeno estremamente complesso, oggi ancor di più a causa dell’uso dei nuovi strumenti di comunicazione (internet, cellulari, fotocamere…) che forniscono al bullo maggiori mezzi di vessazione e maggiore risonanza ai suoi comportamenti molesti (cyberbullismo).

Ripensiamo ai tempi della scuola o al gruppo della palestra da adolescenti o preadolescenti: forse a molti tornerà in mente una situazione in cui qualcuno veniva preso di mira con parole poco carine o scherzi anche pesanti da un gruppetto di soliti noti, famosi per questo atteggiamento da “duri” e magari rispettati e temuti. Forse, pensandoci bene, c’era un compagno in particolare a dirigere l’orchestra e gli altri, dietro, a dargli manforte e ridere delle sue bravate. E forse, chissà, qualche volta abbiamo persino ammirato (a meno di essere la sua vittima preferita, certo!) il suo carattere ribelle e il suo modo di aggirarsi, spavaldo e sicuro, nei corridoi. Un “bullo“.

Ma chi era costui e perché si comportava così? Da dove originava quel modo di fare? Che cosa si sarebbe dovuto fare per fermarlo?

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bullyingIl termine bullismo deriva dalla parola inglese “bullying” e può essere definito come “un’oppressione, psicologica o fisica, reiterata nel tempo, perpetuata da una persona o da un gruppo di persone più potenti nei confronti di un’altra persona percepita più debole” (V. Cuzzocrea in E. Sechi, 2010).

Il bullismo può essere diviso in “diretto” e “indiretto”. Per bullismo diretto si intende una manifestazione attiva di comportamenti volti a danneggiare l’altro.

Gli attacchi possono essere di vario genere:

  • bullismo fisico: il bullo attua sulla vittima violenza fisica (botte, pugni, calci…) o sessuale;
  • bullismo verbale: il bullo prende in giro la vittima, denigrandola, offendendola, schernendola o minacciandola;
  • bullismo psicologico: il bullo emargina la vittima escludendola dal gruppo dei pari o calunniandola diffondendo “voci” false sul suo conto;
  • cyberbullying o bullismo elettronico: il bullo invia molestie alla vittima mediante sms o chat o diffonde foto e/o video senza il suo permesso al fine di arrecargli danno.

Per bullismo indiretto invece si indicano tutti quei comportamenti passivi volti ad isolare socialmente ed escludere dal gruppo il soggetto designato.

I ruoli svolti all’interno del fenomeno bullismo sono molteplici.

Sul versante degli attori di prepotenze si ritrovano:

  • il bullo leader, ossia colui che è ideatore delle prepotenze;
  • i gregari, ossia coloro che agiscono gli ordini del primo mettendo in atto le prepotenze;
  • i sostenitori, ossia coloro che assistono incitando i comportamenti violenti.

Dalla parte delle vittime si possono riscontrare:

  • le vittime passive, che subiscono senza reagire;
  • le vittime provocatrici, che istigano il bullo spingendolo a compiere le azioni.

Infine, nel centro, si possono trovare gli spettatori neutrali che non prendono alcun tipo di posizione a riguardo ed i difensori della vittima, i soli che reagiscono uscendo dal sistema “bullismo”.

Il bullismo ormai può essere definito come un vero e proprio problema sociale e troppo alto è il rischio che l’ unica soluzione venga rintracciata nella punizione del “colpevole” e nella soppressione del comportamento aggressivo.

at_schoolUno dei rischi principali è quello di sottovalutare il fenomeno, ma anche di entrare in un’ottica repressiva che non tenga invece conto dei bisogni sia della vittima che del bullo. Essendo il bullismo un problema sociale è proprio la società che deve farsene carico, programmando e attuando interventi di rete mirati ed effettuando un lavoro di sensibilizzazione in termini di prevenzione primaria.

Un intervento sul bullismo per essere veramente adeguato deve essere attuato il più rapidamente possibile e deve coinvolgere una serie di agenzie del territorio che devono collaborare “in rete” al fine di attuare interventi idonei sia sul bullo che sulla vittima.

Per affrontare il problema è fondamentale essere in grado di riconoscere quell’insieme di segnali e comportamenti che possono essere indicatori di una situazione di bullismo. Necessario è stare attenti a non far rientrare nel fenomeno bullismo tutto ciò che invece può rappresentare un disagio relazionale, familiare, psicologico, enfatizzando qualcosa che può essere solo momentaneo e cadendo nella trappola della stigmatizzazione.

Come in ogni fenomeno che si rispetti, non si possono trovare delle specifiche condizioni storiche, personali, familiari, relazionali, psicologiche, scolastiche che possano essere indicatori predittivi o cause oggettive di un fenomeno. Si possono però riscontrare dei fattori che possono facilitare il rischio che si producano particolari tipologie di azioni, i cosiddetti “sistemi di mediazione autoregolativa”

Si possono distinguere quattro categorie di fattori di rischio e di protezione che possono associarsi ad una maggiore o minore probabilità di assumere il ruolo di “bullo” o “vittima”:

  1. Fattori personali quali il sesso (i maschi sono maggiormente prevaricatori rispetto alle femmine e usano maggiormente violenza fisica), l’età (il cosiddetto bullo è maggiormente presente nelle fasce d’età 7-8 e 14-16), il carattere (sfidante e oppositivo vs pauroso e privo di competenze sociali);
  2. Fattori familiari: un’educazione autoritaria, manifestazioni aggressive all’interno della famiglia, esposizione a scene di violenza, mancanza di cure, famiglie conflittuali e attaccamento insicuro possono portare all’instaurarsi di atteggiamenti da “bullo”. Nello specifico, uno stile genitoriale autorevole ma non aggressivo, correlato ad un attaccamento sicuro e ad una presenza affettiva costante, aumentano le capacità sociali del bambino e le sue strategie di coping e problem solving;
  3. Fattori scolastici: una scuola che favorisce la competitività, pervasa di conflitto e con regole confuse non può far altro che stimolare l’aggressività degli studenti; mentre un’istituzione che favorisca il colloquio e la mediazione non può far altro che prevenire fenomeni di bullismo;
  4. Fattori sociali: una condizione socio-economica bassa e la conseguente percezione della mancanza di opportunità future sono degli importanti predittori di rischio. In aggiunta a ciò, ad influenzare notevolmente il comportamento individuale, concorrono la residenza in zone degradate, l’assistere a scene di violenza, a spaccio e a comportamenti delinquenziali.

exclusionI fattori di rischio non costituiscono la causa di un dato evento, ma influiscono sulla probabilità che quel determinato evento si presenti: sono caratteristiche che aumentano o diminuiscono significativamente la probabilità che un determinato evento si verifichi. Un importante fattore di rischio, che merita uno spazio a se stante, è legato a ciò che Bandura (1986) denomina “forme di disimpegno morale” mediante le quali i soggetti giustificano o rendono accettabili i propri comportamenti disfunzionali, diminuendo l’eventuale senso di colpa percepito ed il conseguente bisogno di riparare all’azione commessa.

Un intervento nei casi di bullismo deve essere in primis tempestivo e deve essere multidisciplinare, ossia deve coinvolgere quanti più “attori” della rete (famiglia, scuola, servizi del territorio) che condividono scelte e responsabilità nel delicato compito di stabilire un giusto equilibrio tra doveri e bisogni dei bambini/ragazzi. Deve essere un progetto individualizzato che tutela diritti, legami affettivi, dimensioni psicologiche e familiari e che considera il bambino/ragazzo soggetto attivo con bisogni evolutivi e relazionali.

Gli interventi possono essere di natura psicologica (valutazione diagnostica/prognostica, supporto psicoterapeutico, ecc…), sociale (assistenza economica, sostegno alla genitorialità, assistenza domiciliare, ecc…), giuridica, sanitaria (clinici, valutativi e curativi per prevenire i traumi e promuovere il benessere).

Ma nello specifico cosa si può fare?

Secondo quanto affermato da Olweus (2001) è fondamentale creare un ambiente caldo e accogliente sia a scuola che in casa, stabilire dei limiti precisi e delle regole quando si riscontrano comportamenti aggressivi e, in caso di trasgressione degli stessi, agire punizioni adeguate che però non siano né ostili né fisiche.

Interventi idonei in casi di comportamento aggressivo coinvolgono sia la sfera individuale che quella relazionale. Relativamente alla prima dimensione è importante favorire l’autostima, il senso di partecipazione e responsabilità individuale, l’empatia, la solidarietà, l’impegno personale, l’apertura verso ciò che è “diverso” e la riduzione del pregiudizio. Nel secondo caso va stimolato il confronto relazionale, aumentate le competenze sociali e la collaborazione e insegnate strategie per gestire e  affrontare i conflitti senza negarli.

Si tratta quindi di un processo di apprendimento di nuove abilità sociali e comunicative che passa attraverso un’educazione anche civica, morale e valoriale: bisogna aiutare i bambini a riflettere sul loro comportamento e sulle conseguenze delle azioni che mettono in atto.

PsychologyCondizione fondamentale è che ogni adulto sia ben consapevole del proprio ruolo e delle proprie responsabilità: in qualsiasi ambiente sia inserito il ragazzo (sociale, familiare, scolastico), l’adulto di riferimento deve promuovere un’azione educativa basata sul rispetto e sullo scambio individuale;  essere in grado di stabilire delle regole chiare e congruenti che vanno rispettate; deve, inoltre, essere in grado di dare un senso al rapporto che instaura con il ragazzo.

In poche parole il genitore o l’insegnante deve essere una guida per il bambino che è come una spugna, apprende dagli adulti e, al contrario di come si può erroneamente ritenere, percepisce le eventuali incongruenze. Per questo la figura di riferimento deve avere ben chiari quali sono i propri valori e se sono compatibili con quelli sociali: se l’adulto stesso ha dei pregiudizi non può insegnare al ragazzo a non averne!

Articolo scritto in collaborazione con la dott.ssa Francesca Napoli

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Dott.ssa Chiara Illiano

Psicologa clinica, psicoterapeuta, esperta in psicologia giuridica, formatrice redattrice EMAIL: c.illiano@tiscali.it Nel 2005 ho conseguito la laurea in psicologia presso l’Università La Sapienza di Roma e, come la maggior parte degli psicologi, sognavo di fare la psicoanalista. Il destino e, soprattutto, le mie scelte, mi hanno invece portato a specializzarmi in psicoterapia breve ad approccio strategico e a diventare psicologa giuridica. Amo la pragmaticità, la creatività, credo che il cambiamento passi attraverso una nuova visione della realtà, di noi stessi e di chi ci circonda. Come dice Huxley “la realtà non è ciò che ci accade ma ciò che facciamo di quello che ci accade”. Ho iniziato la mia “vita” da professionista, collaborando con un’associazione che si occupa di “minori a rischio” e di “anziani fragili”, per poi passare al Telefono Azzurro, in cui ho lavorato per circa 3 anni. Dal 2010 ho iniziato la mia avventura da libero professionista come psicoterapeuta, psicologa giuridica, esperta in tecniche di rilassamento ed ipnosi e formatrice/docente presso enti pubblici e privati. Collaboro, inoltre, con un’associazione che si occupa di dipendenze (da sostanze, da alcool, da internet, da gioco e affettive) e di disagi psicologici individuali e relazionali. Non ho certezze nella mia vita e non credo nelle verità assolute, ma il paradosso sta proprio qui, infatti sono certa che questo sia il MIO lavoro e lo faccio in primis con passione e amore.

1 Response

  1. 12 gennaio 2014

    […]   […]

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