Essere donna: l’evoluzione della mente femminile

pink ribbonEssere una donna è tutt’altro che semplice soprattutto perché, in una società improntata su valori maschili patriarcali, non sempre si tiene conto della specificità e della complessità che caratterizza la mente femminile.

Ciò è quanto è avvenuto per decenni anche in ambito psicologico in quanto le conoscenze sulla donna non sono state acquisite osservandola direttamente, ma adattando su di lei scoperte derivanti da studi compiuti sull’uomo, rinforzando in tal modo la tendenza a percepirla come un essere inferiore, secondario, passivo e dipendente dall’uomo al quale resta sempre e comunque vincolata.

Soltanto con Jung, grazie all’introduzione di alcuni concetti fondamentali della sua teoria come quelli di Anima e Animus, il maschile ed il femminile assumono pari dignità e partendo da tali studi Neumann, suo allievo, ha ipotizzato due stadi di sviluppo distinti per l’uomo e per la donna, attribuendo, a quest’ ultima, una propria indipendenza e autonomia.

Emerge, finalmente, come la realizzazione della donna sia un percorso tutt’altro che semplice.

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Mother and daughter portraitDiventare una donna è un vero e proprio viaggio che prevede il superamento di diversi stadi di sviluppo in cui, da una situazione di totale dipendenza dalla madre, nella quale la bambina si percepisce in uno stato di contenimento e di fusione all’interno di una dimensione completamente inconscia, impara a distaccarsi dalla madre e a relazionarsi con il proprio lato maschile (l’Animus) che le permette di diventare più consapevole di sé e ad individuarsi, ovvero a conoscersi nella sua piena totalità.

Tutto questo prevede il superamento di molte difficoltà nella donna in evoluzione la quale, per crescere, si vede costretta ad entrare in conflitto con la madre; ciò la spinge a sviluppare modalità di adattamento grazie alle quali può scoprire il proprio maschile interno, il logos, la coscienza (ma anche il proprio potenziale creativo e aggressivo) con cui, per la prima volta, entra in contatto. Questo passaggio è molto delicato e complesso: la percezione che la donna ne ha è quella di essere afferrata da qualcosa di imponente e schiacciante che la cattura ma al quale non può che abbandonarsi. E grazie all’accettazione di questo suo lato vissuto come estraneo può realizzare l’incontro tra il suo femminile (Anima) ed il suo maschile (Animus),  integrandoli e diventando così completamente cosciente di Sé (Neuman, 1978).

Tali passaggi sono stati approfonditi da Neumann nel mito “La Favola di Amore e Psiche” in cui interpreta in chiave psicologica il percorso evolutivo della psiche femminile, partendo dalla totale indifferenziazione dell’Io fino al matrimonio sacro, ossia alla realizzazione del Sé (Neumann, 1971).

amore_e_psicheNel mito Psiche, per ricongiungersi all’amato Eros, viene sottoposta ad una serie di prove da Afrodite. Ogni volta la giovane fanciulla si dispera convinta di non essere in grado di superarle, ma riesce, grazie all’aiuto di animali o vegetali (che simbolizzano parti di sé) a trovare sempre una soluzione per portare a termine l’impresa, compiendo anche un grossolano errore alla fine che, paradossalmente, permette la sua vittoria. La riunione con Eros simbolizza l’incontro  delle diverse parti di sé e l’acquisizione di una totale presa di coscienza della sua totalità.
La piccola Psiche, prova dopo prova, cresce, si sviluppa, sfida se stessa, si dispera ma, nonostante risolva i compiti contando sulle sue caratteristiche maschili, riesce a  mantenere un legame con la propria parte femminile e ciò le permette di diventare una donna.

Una donna che sa badare a se stessa, che è in grado di scegliere, di amare, di essere moglie e  madre. Si allinea, in altre parole, a quelli che Jung definisce “archetipi”.

Gli archetipi sono modelli di comportamenti istintuali, contenuti nell’inconscio collettivo, ossia in quella parte di inconscio non individuale bensì universale, comune a tutta l’umanità, che non viene acquisito nella singolarità di ognuno, ma è ereditato.

Animus a Anima hanno, secondo Jung, natura archetipica perché impersonano nell’uomo l’archetipo della donna e nella donna l’archetipo dell’ uomo.

Psiche, durante il suo tragitto, ne attiva molti: è una figlia, una madre, una moglie.

Possiamo comprendere e spiegare tali archetipi facendo riferimento alle divinità femminili dell’antica Grecia, in quanto i miti ne sono espressione (Bolen, 1984); ciò ci permette di ipotizzare come tali modelli interni siano responsabili delle differenze che distinguono le donne tra loro tenendo conto del fatto che, tanto più la personalità di una donna appare complessa, tanto maggiore è la possibilità che abbia attivi in sé un numero maggiore di dèe che guidano i suoi pensieri e il suo comportamento.

Prima di comprendere la funzionalità della mente femminile in relazione all’attivazione degli archetipi è utile capire quali siano i ruoli delle dèe nella donna e per farlo possiamo suddividere le 7 dèe principali in 3 grandi categorie sulla base delle caratteristiche comuni.

  • Artemide (dèa della caccia), Atena (dèa della guerra) ed Estia (dèa del focolare), possono essere definite dèe vergini in  quanto rappresentano le qualità femminili dell’indipendenza e dell’autosufficienza, tratti che le rendono molto poco inclini ad innamorarsi e, di conseguenza, a soffrire per amore. L’archetipo che racchiudono esprime il bisogno di indipendenza della donna e la sua capacità di concentrarsi in modo consapevole su quanto è per lei significativo come persona autonoma (Bolen, 1984).

Queste dèe, che possiedono caratteristiche piuttosto “mascoline”, impersonano rispettivamente, l’archetipo dello spirito femminile indipendente, del raziocinio e della concentrazione sul mondo interno. Le caratteristiche presenti in loro, consentono alla donna che vi si appella di usare razionalità e lucidità in piena tempesta emotiva grazie alla quale potrà affrontare in modo ottimale una determinata situazione.

  • Al contrario, le dèe vulnerabili, impersonano tutti quegli archetipi che orientano la donna al rapporto. Era, Demetra e Persefone  rappresentano i ruoli tradizionali di moglie, madre e figlia, ruoli molto incoraggiati dalla nostra cultura. Tutte e tre sono state violentate, rapite e umiliate da divinità maschili ed hanno molto sofferto in seguito alla rottura dei legami d’amore ma, proprio grazie a queste sofferenze, sono andate incontro ad una grande evoluzione che le ha aiutate a conoscersi e capirsi e quindi a crescere e svilupparsi.

il giudizio di Paride

Quando sono particolarmente attive in una donna fanno in modo che la sua identità ed il suo benessere dipenda dalla presenza, nella sua vita, di un rapporto significativo e importante e tale bisogno emerge, in genere, in fasi di vita ben precise. Le donne che abbracciano questi archetipi sono molto ricettive rispetto agli altri, al contrario delle dèe vergini quelle vulnerabili sono molto poco indipendenti e per sentirsi complete hanno assolutamente bisogno di una figura significativa al proprio fianco.

  • Una categoria a parte può essere ipotizzata per Afrodite, definita dèa alchemica, che possiede caratteristiche comuni sia alle dèe vergini (fa ciò che più le piace) che a quelle vulnerabili (si lega a divinità maschili) ma, a differenza delle prime ha storie sessuali e a differenza della seconde non soffre. Esprime l’ archetipo del rapporto fisico e del processo creativo e ognuno di noi fa esperienza di Afrodite quando sperimenta l’ebbrezza amorosa (Bolen, 1984).

Tutte queste dèe possono essere presenti nella mente della donna e tutti gli archetipi che si attivano possono essere in lotta per il predominio dell’una e dell’altra e ciò porta la sua mente a trovarsi sempre di fronte a due scelte. Può lasciare che siano gli altri a decidere cosa è importante per lei, vivendo secondo le aspettative esterne senza realizzare i propri desideri o, al contrario, può basare le proprie decisioni sulla forza della propria dèa dominante entrando però in contrasto con le aspettative esterne.

Possiamo immaginare che ciò che avviene nella mente femminile sia come un assemblea nella quale i vari aspetti della personalità (le diverse dèe) siedono intorno ad un tavolo al cui centro c’è l’Io che ha il compito di gestire la “riunione”, compito tutt’altro che semplice e che può  generare conflitto in quanto ogni dèa (che rappresenta un determinato istinto) lotta per far valere il proprio punto di vista.

Un Io particolarmente equilibrato sa quando e come dare la parola ad una dèa piuttosto che all’ altra: se in una donna si attiva Afrodite la quale, per esempio, per colpa del suo istinto che la spinge a lasciarsi andare fisicamente ed emotivamente senza pensare lascia la donna disillusa e ferita, far riferimento al raziocinio strategico di Atena può esserle utile per ritrovare il proprio centro e quindi la propria serenità.

argumentPurtroppo ciò non sempre è possibile: talvolta l’Io si allea passivamente con qualsiasi aspetto al potere, facendo “vincere”, casualmente, prima una parte e poi l’ altra, generando conflitto e disorientamento nella donna che non sa più cosa è giusto o meno fare, gettandola in crisi.

Già da queste brevi riflessioni emerge quanto la natura femminile sia un mondo estremamente complesso e forse ancora poco esplorato che merita un’attenzione specifica e una dignità sua propria che non può, per alcun motivo, essere ridotta alle conoscenze relative al maschile il quale ha delle modalità di nascita ed evoluzione totalmente diversi e per niente assimilabili a quelle che permettono ad una bambina di diventare, nel suo percorso evolutivo, una donna.

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Dott.ssa Ilaria Visconti

Psicologa Psicoterapeuta, specialista in Psicoterapia Comparata redattrice EMAIL: doc.ilariavisconti@gmail.com TELEFONO: 339.6034157 Mi chiamo Ilaria Visconti, sono una Psicologa Psicoterapeuta e vivo a lavoro a Firenze, città che adoro. È molto difficile, per me, pensarmi svincolata dalla psicologia. Sebbene da piccola, infatti, sognassi di fare l’attrice, già alle superiori, scegliendo il Liceo Socio-Psico-Pedagogico è stato facile immaginare cosa sarei diventata da grande. Ed è così che d’istinto (forse nemmeno troppo), a 19 anni mi sono trasferita a Firenze per studiare Psicologia all’Università; nel 2009 mi sono laureata in Psicologia Clinica e della Salute e, dopo il tirocinio e l’esame di stato, mi sono iscritta alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Comparata coronando, finalmente, nel 2014 il sogno di una vita di diventare Psicoterapeuta. Svolgo a Firenze, con tanta passione e dedizione, attività di libera professione dal 2010 nel lavoro clinico con adolescenti, adulti e coppie e continuo a pensare, sempre di più, che il mio lavoro, sia il più bello che esista.

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