Tossicodipendenza: quali soluzioni?

addiction-550762_640La dipendenza (o addiction) è un fenomeno vasto e complesso che si riferisce al desiderio irrefrenabile, che si trasforma in seguito in necessità, di una determinata sostanza, di un oggetto o di una situazione. Non è quindi limitata all’uso di sostanze psicotrope ma si estende ad una pluralità di ambiti che vanno ad inficiare il corso della vita individuale.

Il processo all’interno del quale si sviluppa la dipendenza inizia dalla necessità di soddisfare un bisogno, prevalentemente emotivo, che produce un comportamento apparentemente in grado di generare un appagamento momentaneo. E’ la soluzione che la persona trova in quel momento e che, a breve termine, conduce ad una sensazione di benessere. E, visto che la nostra mente è portata naturalmente a riprodurre le strategie (“tentate soluzioni”) che, realmente o solo in apparenza, ci hanno portato giovamento, tale comportamento continuerà ad essere messo in atto fino a quando sarà difficile, quasi impossibile, interromperlo.

E’ proprio questa una delle principali caratteristiche di questo disagio: nonostante la persona si renda conto delle conseguenze negative derivanti dal suo comportamento, non è più in grado di controllarlo, finendo così nel vortice della dipendenza!

La perdita di controllo, però, non si limita al tentativo di uscire da questa situazione, ma si estende ad ogni area della propria vita: relazionale, sociale, lavorativa…

Come accennato in apertura, la dipendenza può essere di vari tipi: da sostanze, da alcool, da gioco, da internet, affettiva e sessuale. Questo punto è molto importante per comprendere quanto le componenti individuali (alla base di tale comportamento) possano essere riferibili a più aree, tutte, comunque, collegate tra loro:

  • Area fisica, che si manifesta soprattutto nel caso di sostanze psicotrope che hanno un impatto sul sistema nervoso: fenomeni di tolleranza, assuefazione ed astinenza;
  • Area cognitiva: il pensiero si focalizza esclusivamente sull’oggetto della dipendenza;
  • Area comportamentale: il comportamento è volto alla soddisfazione del desiderio e del bisogno;
  • Area emotiva e psicologica: compromissione più o meno lenta e graduale delle stesse con incapacità di gestire le emozioni in assenza dell’oggetto da cui si dipende.

In questo ambito ci focalizzeremo sulle dipendenze da sostanze.

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tossicodipendenzaSi definisce tossicodipendenza la dipendenza da sostanze psicotrope, ossia da “sostanze farmacologicamente attive, in cui è presente un agente chimico che produce effetti sul nostro organismo, alterando e modificando le nostre normali funzioni biologiche, psicologiche e mentali.” (Agenzia Capitolina sulle Tossicodipendenze)

Una precisazione è d’obbligo: la dipendenza è diversa dall’abuso di droghe. In quest’ultimo caso, infatti, la persona si posiziona ad livello minore di “compromissione”, ossia non è presente l’assunzione compulsiva, la perdita di controllo e la focalizzazione ossessiva sulla sostanza.

Non è questa la sede per fare un trattato sulle droghe, ma è importante sapere che il fenomeno è sempre presente: ricerche internazionali (Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine) dimostrano che non c’è nessuna diminuzione nel loro uso e che, anzi, l’ utilizzo di NPS (nuove sostanze psicoattive) è in aumento.

A quanto pare la tendenza ad assumere sostanze psicotrope è costante, soprattutto nei giovani e, a seconda del tipo usato, si possono notare differenti caratteristiche psicologiche e bisogni da soddisfare che si tenta di “tenere a freno” proprio mediante l’uso delle stesse.

Ad esempio se si ricerca una sensazione di euforia per placare una “depressione” di base, si potrà ricorrere alla cocaina; se invece si cercano di calmare ansia ed emozioni negative ci si rivolgerà all’eroina e così via…sembra esserci una soluzione “facile” per tutto!

In tutti questi casi però, nonostante una sensazione di sollievo a breve termine, si otterranno effetti devastanti sia a livello fisiologico che psicologico. Tra le principali conseguenze afferenti al secondo ambito: disturbi d’ansia, dell’umore, del sonno, sessuali, difficoltà nel controllo degli impulsi/aggressività.

In aggiunta a ciò, non è infrequente quello che viene definito, usando un termine tecnico, break-down psicotico, ossia un crollo con sintomi che afferiscono all’area psicotica (allucinazioni, deliri…) che può cronicizzarsi, trasformandosi in un vero e proprio disturbo psicotico, andando a configurare un quadro di doppia diagnosi (o comorbilità psichiatrica), ossia la compresenza di un disturbo relativo all’uso di sostanze ed un altro a carattere psichiatrico.

A completare un quadro già complesso di suo, arrivano le conseguenze forse più devastanti per qualunque persona: i problemi relazionali.

Il tossicodipendente si troverà a perdere ed a osservare una distruzione, lenta ma inesorabile, di ogni rapporto affettivo. E anche chi continuerà a stargli vicino lo farà con profonda sofferenza, consumandosi lentamente, vittima di bugie, abbandoni, tradimenti emotivi… Tutto ciò causerà profondi sensi di colpa, vergogna, impotenza, diminuzione dell’autostima…emozioni che porteranno la persona a rifugiarsi ancora di più in quelle sostanze in grado di alleviare il dolore per un breve istante. Ed ecco qui il cane che si morde la coda da solo, in un circolo vizioso senza fine!

LA TERAPIA DELLA DIPENDENZA

Alla luce di quanto esposto in precedenza, non risulta difficile comprendere che la dipendenza da sostanze è, per noi psicoterapeuti, una delle patologie più difficili da trattare e, forse, anche più frustranti. Non è semplice aiutare una persona ad uscire da una situazione del genere ed i casi di abbandono delle terapie sono altissimi.

E più si aspetta e più risulta difficile uscirne: l’ambiente diventa “patologico”, ci si circonderà di persone che condividono le stesse abitudini, mettendo in atto un processo di “normalizzazione” che condurrà all’assunzione di un ruolo “deviante”, di una vera e propria identità da “tossico”.

Allo stesso modo, però, posso affermare per esperienza professionale che superare questo disagio è possibile ed i requisiti fondamentali sono tre: motivazione, impegno e fiducia!

Negli anni di attività con pazienti dipendenti, il primo step è sempre questo: incrementare la motivazione, sollecitare impegno e superare la sfiducia totale che la maggior parte delle persone tossicodipendenti rivolge verso le istituzioni, i professionisti, la società e la famiglia!

Molto spesso il tossicodipendente si presenta in seduta perché spinto da qualcuno: una madre preoccupata, una fidanzata/un fidanzato estenuata/o, un assistente sociale, un medico del sert. Questo ci fa riflettere su quanto la motivazione possa essere scarsa ed il messaggio implicito “vengo qui solo perché mi è stato imposto ma tu non potrai fare nulla per me!”.

motivation-stepsIn questo caso, lo psicoterapeuta potrà fare veramente poco se non tentare di incrementare la motivazione ricordandosi, però, che la scelta ultima è sempre del “cliente”: solo lui può decidere se e quale impegno mettervi. Ritengo che questo sia importante da tenere a mente anche per le persone vicino ai tossicodipendenti e che cercano di spingerlo a “farsi curare”. Sovente sono loro, una volta che le hanno tentate tutte (prediche, litigi, invii fallimentari…) a rivolgersi ad uno psicoterapeuta per imparare a gestire la situazione, a comunicare in modo efficace, per definire il proprio ruolo e, non ultimo, per affrontare le emozioni di rabbia, impotenza e dolore che lo accompagnano.

Da anni collaboro con un’associazione, l’ A.G.La.S.T. nata negli anni 80 proprio per rispondere all’”emergenza doghe” che si stava diffondendo nel VI municipio di Roma. Da allora è il punto di riferimento per tossicodipendenti e familiari che vivono in situazioni di disagio ed isolamento. L’associazione, che oggi si occupa anche di altri ambiti legati alla salute mentale, ha creato il “progetto Alice”, un percorso consulenziale gratuito destinato a persone che vivono, direttamente o indirettamente, situazioni legate alla dipendenza. Le professioniste dell’associazione, tutte specializzate ed esperte in materia, afferiscono a diversi approcci psicoterapeutici: strategico (la sottoscritta), sistemico relazionale, analista transazionale…

A seconda dell’approccio di riferimento, si possono ritrovare le cause della dipendenza in un sistema percettivo-reattivo disfunzionale (Watzlawick, Nardone, 1997 ) che va a creare un’immagine di sé (e degli altri) distorta con conseguente messa in atto di comportamenti “devianti”; in un contesto familiare (a livello comunicativo e relazionale) patologico che con le sue regole crea e sostiene il disturbo; in un copione sviluppato negli anni che porta ad ingiunzioni e contro ingiunzioni patologiche cui si cerca di sfuggire ad ogni costo. Con gli anni, però, abbiamo imparato l’importanza di creare un modello integrato di intervento, tarato sul singolo caso, sulle sue caratteristiche di personalità e sui bisogni emergenti.

Dal lavoro quotidiano a contatto con persone tossicodipendenti mi è capitato di osservare che, molto spesso, alla base della necessità di assumere la sostanza c’è una disregolazione emotiva, una incapacità di regolare e gestire un’emozione emergente che porta all’instaurarsi di pensieri irrazionali con conseguente messa in atto di comportamenti disfunzionali.

E’ il modello che, nell’approccio cognitivo-comportamentale, viene definito “ABC” (Di Pietro, 1999), dove A sta per “evento”, B per “pensiero relativo all’evento” e C per “reazione emotivo-comportamentale”. A seconda del significato che noi diamo all’evento saremo portati a pensare e ad agire in modo congruente ad esso. Il problema insorge quando emergono due condizioni:

  • I pensieri irrazionali sono gli unici ad emergere, la mente della persona non riesce a trovare alternative funzionali ad essi e, conseguentemente, si fissano come unica prospettiva di riferimento.
  • Al primo sistema ABC ne seguono altri che, sempre sulla stessa linea, andranno a creare ed alimentare un sistema ridondante di percezione e reazione. Come una pianta che viene innaffiata quotidianamente, così la persona andrà a coltivare proprio quella parte di sé che la porterà a perdere il controllo delle proprie azioni. Alle prime emozioni cui si reagisce attraverso l’uso di sostanze, ne seguiranno altre che dipenderanno dalle conseguenze delle prime (es “mi sento in colpa perché mi sono drogato” oppure “mi vergogno perché ho mentito alla mia famiglia”) e così via fino a creare un circolo senza fine.

Proprio il tema del senso di colpa è costante nelle terapie con pazienti tossicodipendenti. Superato il primo step, ossia quello della presa di coscienza del problema, la persona viene invasa dal senso di colpa per ciò che ha fatto ai propri cari. Questo è un momento particolarmente doloroso della terapia e necessita di un supporto a 360 gradi per permettere al cliente di elaborare e superare questo vissuto.

Quale è quindi la soluzione?

Intelligenza-Emotiva-GolemanIn primis bisogna puntualizzare che nessuna emozione è impossibile da gestire, anche quelle da cui ci sentiamo completamente invasi! Dobbiamo imparare ad usare quella che viene definita “intelligenza emotiva” (Goleman, 1995), ossia la consapevolezza, il controllo e la gestione delle proprie emozioni al fine di reagire in modo costruttivo di fronte agli eventi quotidiani.

Proviamo a fare un esperimento: qual è stata l’ultima volta che ti sei sentito invadere da un’emozione negativa? Cosa era successo poco prima? Cosa hai pensato subito dopo? Come ha influenzato i giorni successivi? Come hai agito? Forse ti sei sentito arrabbiato, oppure triste, deluso etc… se rifletti bene ti renderai conto che qualche effetto a breve, medio o lungo termine ce l’ha avuto. Forse sei stato più irascibile del solito? oppure ti sei chiuso in te stesso rinunciando ad un’uscita con gli amici? O ancora hai messo in atto quei comportamenti che fino ad allora eri riuscito a tenere sotto controllo?

Ecco come un’emozione, non regolata, può influenzare noi e chi ci sta intorno!

Ora prova a pensare, a distanza di tempo, a come avresti agito “a mente lucida”, cosa avresti pensato, detto, fatto. Sicuramente avresti agito diversamente ma questo dimostra solo che le emozioni, se non riconosciute e gestite, possono influenzare negativamente il nostro presente ed il nostro futuro.

Cosa fare se hai problemi di dipendenza?

  • Sembrerà banale ma il primo passo è quello di riconoscere di avere un problema! Come affermato in precedenza, molte volte non si è in grado di “vedere” il problema in quanto si è inseriti in una realtà (quella della dipendenza) che spesso va avanti da anni. Anche se la nostra convinzione è “non sono come gli altri, non sono un tossico…” proviamo a pensare che, se qualcuno che ci sta vicino, che ci vuole bene, pensa che abbiamo un disagio, forse questo può essere vero!
  • Non sentirsi giudicati ma amati e accolti! L’altro non vi sta giudicando ma si sta preoccupando per voi e questo include un’“attenzione”, un affetto nei vostri confronti.
  • Riconoscere i campanelli di allarme che sempre suonano prima di ricorrere alla sostanza. Cosa sto cercando di risolvere ricorrendo alla droga? Qual è l’emozione che non riesco a gestire?
  • Non pensare che ormai non si può più fare niente, che la nostra vita sia talmente tanto negativa da non avere via d’uscita. Questo pensiero è alimentato dalle esperienze ed emozioni negative che abbiamo vissuto e che viviamo. Se passiamo tutta la vita a guardare una parete nera non possiamo neanche immaginare che ce ne siano di rosse, di blu, di verdi etc…
  • Essere in grado di chiedere aiuto a professionisti esperti e qualificati: questo non è un sintomo di debolezza ma di forza! L’umiltà di chiedere aiuto nasconde una grande forza ed un grande amore per se stessi e per gli altri.
  • Condividere l’esperienza con persone che hanno vissuto il tuo stesso disagio e che ora ne sono uscite: questo incrementa la fiducia in noi stessi, ci fa sentire meno soli e ci porta a credere che un cambiamento sia possibile.

Se sei un/a familiare, un/a compagno/ia, un/a amico/a

  • Dimostragli il tuo affetto ma non accettare il suo stato, non assecondarlo, non compatirlo, non aiutarlo a mentire, non “coprirlo”, non credere al “è l’ultima volta”… perché in questo modo non lo aiuti e non aiuti te stesso.
  • Non farti “invadere” dalla situazione, non far ruotare tutto attorno a lui sacrificando la tua vita: in questo modo lentamente perderai le forze e non sarai in grado di aiutarlo
  • Lascia dei momenti per te stesso, porta avanti i tuoi interessi, le tue passioni, le tue attività, le relazioni interpersonali positive. Questo è un toccasana per mantenere un equilibrio!
  • non farti venire sensi di colpa pensando che “avresti potuto fare qualcosa”: questo non aiuta lui e non aiuta te! Soprattutto se sei un familiare/genitore non iniziare ad analizzare dove hai sbagliato, perché è diventato così…il passato non si può cambiare, il presente ed il futuro sì!
  • Fai una ricerca, trova associazioni, cooperative, comunità, professionisti esperti che possano aiutarlo. Puoi proporgli di rivolgersi a qualcuno ma non puoi “imporglielo” (N.B. vale soprattutto per partner che molto spesso pensano di poter cambiare l’altro e vivono dolorosamente l’eventuale fallimento).
  • Chiedi aiuto senza remore. Non sei tu il tossicodipendente, ma sicuramente vivi una situazione di disagio e di sofferenza, farti aiutare da qualcuno ti permetterà di gestire meglio la situazione, di sentire di meno il senso di “impotenza” e, magari, in via indiretta, di aiutare anche lui!
  • Partecipa a gruppi terapeutici “a tema”, con persone che vivono il tuo stesso disagio. Questo ti aiuterà a sentirti meno solo, ad esprimere le tue emozioni e ad elaborare il dolore, il senso di colpa e l’impotenza.

Spero che questo articolo sia stato di aiuto sia per chi vive una situazione di dipendenza da sostanze che per chi lavora nell’ambito. Se vi va di condividere con me esperienze, fare domande, esprimere dubbi etc…non esitate a contattarmi privatamente oppure a lasciare un commento qui sotto!

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Dott.ssa Chiara Illiano

Psicologa clinica, psicoterapeuta, esperta in psicologia giuridica, formatrice redattrice EMAIL: c.illiano@tiscali.it Nel 2005 ho conseguito la laurea in psicologia presso l’Università La Sapienza di Roma e, come la maggior parte degli psicologi, sognavo di fare la psicoanalista. Il destino e, soprattutto, le mie scelte, mi hanno invece portato a specializzarmi in psicoterapia breve ad approccio strategico e a diventare psicologa giuridica. Amo la pragmaticità, la creatività, credo che il cambiamento passi attraverso una nuova visione della realtà, di noi stessi e di chi ci circonda. Come dice Huxley “la realtà non è ciò che ci accade ma ciò che facciamo di quello che ci accade”. Ho iniziato la mia “vita” da professionista, collaborando con un’associazione che si occupa di “minori a rischio” e di “anziani fragili”, per poi passare al Telefono Azzurro, in cui ho lavorato per circa 3 anni. Dal 2010 ho iniziato la mia avventura da libero professionista come psicoterapeuta, psicologa giuridica, esperta in tecniche di rilassamento ed ipnosi e formatrice/docente presso enti pubblici e privati. Collaboro, inoltre, con un’associazione che si occupa di dipendenze (da sostanze, da alcool, da internet, da gioco e affettive) e di disagi psicologici individuali e relazionali. Non ho certezze nella mia vita e non credo nelle verità assolute, ma il paradosso sta proprio qui, infatti sono certa che questo sia il MIO lavoro e lo faccio in primis con passione e amore.

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