Depressione: fra normalità e patologia

mascheraPossiamo definire l’umore come uno stato emotivo caratterizzato da un’intensità minore rispetto a quella che si riscontra tipicamente nei sentimenti e nelle emozioni. Il tono dell’umore oscilla continuamente lungo un continuum tra due poli opposti ed estremi: quello della felicità e quello della tristezza e, a differenza di quanto si potrebbe pensare, lo spostarsi dall’uno all’altro costituisce un’esperienza del tutto normale nella quotidianità di ognuno di noi. Il disturbo si presenta nel momento in cui il tono dell’umore tende a bloccarsi sull’uno o sull’altro estremo facendo in modo che il soggetto che lo vive esperisca costantemente felicità o tristezza radicali.

I disturbi dell’umore sono un tema estremamente vasto e complesso, possono essere episodici, orientati esclusivamente al polo depressivo, di maggiore o minore intensità, caratterizzati dall’alternanza di umore depresso a umore maniacale ed anche secondari ad eventi o sostanze.

In questa sede, focalizzeremo l’attenzione sul polo “negativo”, ossia quello depressivo, non tanto soffermandoci sulle classificazioni mediche, quanto sull’organizzazione di personalità che ne sta alla base, la quale lo determina e mantiene.

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depressionQuando parliamo di depressione più o meno tutti sappiamo a cosa ci stiamo riferendo e, nell’immaginario comune, siamo soliti associare questa condizione a qualcosa di cupo, scuro, chiuso, negativo. Essere depressi ha, sebbene possa sembrare strano, un significato adattivo che permette la sopravvivenza della specie nonché l’elaborazione e quindi l’accettazione di certe condizioni spiacevoli a cui la vita, purtroppo, talvolta ci pone di fronte. Di conseguenza non deve essere inteso sempre e comunque come una patologia; di fronte a certe circostanze di abbandono, di perdita, lutto, insorgenza di patologie o cambiamenti spiacevoli che intervengono nella quotidianità, l’umore depresso è una risposta adattiva nell’affrontarle.

Come si può, infatti, elaborare un lutto senza attraversare il dolore e, quindi, deprimersi..?

Il problema, inteso in senso patologico, si presenta nel momento in cui certi stati emozionali quali tristezza e senso di apprensione, sensi di colpa, isolamento, perdita del sonno, dell’appetito, del desiderio sessuale o di interesse per la gran parte delle attività ritenute piacevoli fino a quel momento, si presentano in maniera esclusiva e costante determinando un peggioramento nella qualità della vita di chi le sperimenta.

Secondo Reda (1986) coloro che sperimentano tali sintomi in età adulta hanno sviluppato un’organizzazione di personalità depressiva nel corso della loro vita che li spinge a interpretare il mondo come cattivo, escludente, ingiusto. Queste convinzioni iniziano a svilupparsi a partire dalle relazioni genitoriali nelle quali il piccolo sperimenta difficoltà nell’entrare in una relazione affettiva con chi si occupa di lui (generalmente la madre) organizzandosi, per tutelarsi ed evitare di percepirsi “non amabile”, in una posizione di distacco.

L’immagine di sé che viene a costituirsi sulla base di tali presupposti è quella di una persona poco amabile, negativa, impotente, che può contare solo su se stessa di fronte ad un mondo ingiusto e cattivo.

Tale teoria si trova in accordo anche con quella proposta da Beck (1967) secondo il quale la depressione è fortemente vincolata al modo di pensare delle persone che risulta essere viziato da una propensione ad interpretare gli eventi in modo negativo. Questo tipo di “schema”, anche secondo lui, viene acquisito nelle prime epoche di vita e riattivato in ogni situazione in cui ci si trova in circostanze simili a quelle che lo hanno generato.

Tali schemi negativi, non fanno altro che perpetuare quella che lo stesso Beck definisce triade negativa, ossia una visione negativa di sé, del mondo e del futuro che spinge l’individuo a formulare un giudizio negativo relativo alla propria incapacità di far fronte alle richieste del mondo nei confronti delle quali si colpevolizza o si ritiene inadatto (Davison & Neal, 2001).

argumentEsempi quotidiani di questo “vizio cognitivo” sono, per esempio, pensare di non valere niente perché piove il giorno in cui si è organizzata una festa, ritenere di aver distrutto un’auto quando in realtà si è procurato solo un piccolo graffio, convincersi di non valere nulla solo perché si è preso un voto più basso del solito ad una prova d’esame. È evidente come tali preoccupazioni, sebbene circoscritte a certe situazioni specifiche, oltre ad essere esagerate vengano generalizzate cambiando la prospettiva ed il punto di vista della persona depressa la quale, anziché pensare per esempio, “oggi avrei potuto lavorare meglio” generalizza con “non valgo proprio niente”.

E proprio questo è l’aspetto che tende a mantenere il disturbo: la modalità negativa di interpretare il mondo diventa l’unica condizione con cui la persona attribuisce un significato alla realtà e ciò non fa altro che aumentare il senso di insoddisfazione per la vita, incrementando la messa in atto di comportamenti nocivi a livello sia psicologico che fisico quali, ad esempio, perdita di interesse per il cibo, per le attività sociali, per la cura di sé.

Con il passare del tempo, uscire da questa condizione di isolamento e sfiducia per sé e per il mondo diventa estremamente complesso; la ruminazione mentale, infatti, è un meccanismo caratterizzato da pensiero ciclico relativo ad una valutazione negativa di se stessi e di eventi trascorsi che può talvolta presentarsi in maniera talmente insistente da produrre gravi conseguenze quali l’emergere di idee suicidarie e messa in atto, talvolta, di comportamenti autolesionistici o addirittura letali.

Per interrompere questi circoli viziosi che si auto-perpetuano, sicuramente la scelta migliore è quella di rivolgersi ad un terapeuta con il quale intraprendere un percorso di crescita interiore e consapevolezza di sé, ma alcune semplici strategie possono essere quelle di spostare l’attenzione verso attività diverse usando, volendo, tecniche di rilassamento per visualizzare momenti felici o, “semplicemente”, focalizzarsi sul qui e ora, facendo ciò che piace fare (cucinare, cantare, ballare, correre..) nella consapevolezza di godere di ogni singolo istante; strategie queste che possono, in parte, consentire di disidentificarsi dai propri pensieri nocivi, facendo in modo di controllarli, anziché essere controllati da loro.

Da qualche decennio, i ricercatori hanno riscontrato la presenza di fattori genetici e biologici collegati a questi tipi di disturbi (Davison e Neal, 2001) i quali hanno permesso di individuare l’importante ruolo che, talvolta, può essere ricoperto dall’uso di psicofarmaci nel migliorare la qualità della vita di tutti coloro che sviluppano un disturbo depressivo importante.
Il tema relativo agli psicofarmaci rappresenta, come sempre, un tema molto delicato.

farmaciRitengo opportuno sottolineare che la somministrazione degli psicofarmaci debba essere prescritta e monitorata esclusivamente da un medico specialista in psichiatria e che talvolta il loro uso possa essere necessario sebbene, probabilmente influenzata dalla mia formazione in psicoterapia, trovo riduttivo e limitante un approccio esclusivamente “biologico” al disturbo.

Credo piuttosto che chi soffre di disturbi legati al tono dell’umore necessiti di essere ascoltato, accolto, compreso, penso che abbia bisogno di acquisire la capacità di comprendere se stesso all’interno di un percorso interiore di crescita e consapevolezza di sé nella cornice terapeutica, aspetto questo che comunque non esclude, nei casi in cui si renda necessario, il ricorso a psicofarmaci.

L’obiettivo terapeutico è, a mio avviso, quello di scoprire, insieme all’aiuto di un professionista, quali sono le cause che hanno portato allo strutturarsi della problematica e quali sono gli aspetti che la mantengono.

Comprendere le origini del disagio può aiutare l’individuo che lo vive a modificare le proprie credenze e modalità di leggere e strutturare la realtà, influendo positivamente sulla sua qualità della vita.

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Dott.ssa Ilaria Visconti

Psicologa Psicoterapeuta, specialista in Psicoterapia Comparata redattrice EMAIL: doc.ilariavisconti@gmail.com TELEFONO: 339.6034157 Mi chiamo Ilaria Visconti, sono una Psicologa Psicoterapeuta e vivo a lavoro a Firenze, città che adoro. È molto difficile, per me, pensarmi svincolata dalla psicologia. Sebbene da piccola, infatti, sognassi di fare l’attrice, già alle superiori, scegliendo il Liceo Socio-Psico-Pedagogico è stato facile immaginare cosa sarei diventata da grande. Ed è così che d’istinto (forse nemmeno troppo), a 19 anni mi sono trasferita a Firenze per studiare Psicologia all’Università; nel 2009 mi sono laureata in Psicologia Clinica e della Salute e, dopo il tirocinio e l’esame di stato, mi sono iscritta alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Comparata coronando, finalmente, nel 2014 il sogno di una vita di diventare Psicoterapeuta. Svolgo a Firenze, con tanta passione e dedizione, attività di libera professione dal 2010 nel lavoro clinico con adolescenti, adulti e coppie e continuo a pensare, sempre di più, che il mio lavoro, sia il più bello che esista.

4 Responses

  1. irene ha detto:

    Gent.ma Dott.ssa Visconti, oggi navigando su internet in cerca di informazioni sulla Sindrome di Peter Pan, mi sono imbattuta nel suo lavoro di tesi, non avendo avuto la possibilità di leggerla tutta mi interessa sapere la correlazione tra la suddetta sindrome ed il disturbo narcisistico, dato che mi consta ammettere che evidenti atteggiamenti narcisistici ho avuto la pazienza di osservare o subire da chi suppongo avere questa sindrome, mi chiedevo se la persona disturbata dalla sindrome, presenta livelli alterati di serotonina come i narcisisti… se non risponde bene alle psicoterapie come i narcisisti…qual è il peso del disturbo narcisistico all’interno della sindrome…è rilevante o secondario? Mi chiedevo pure, quali possibili reazioni può avere chi è affetto dalla sindrome dopo la fuga…l’approdo nell’isola che non c’è…prevede un ritorno? I narcisisti purtroppo ritornano…
    Ringraziandola per la sua attenzione…spero in una sua risposta.

  2. Gentile Irene, la ringrazio intanto per il commento e la informo che il mio prossimo articolo qui su http://www.psicologiaok.com affronterà proprio il tema della Sindrome di Peter Pan, spero pertanto possa essere di suo interesse.
    Cercherò di essere esaustiva circa le sue domande.
    Nel mio lavoro di tesi ero interessata a comprendere quali fossero le caratteristiche di chi soffre della Sindrome di Peter Pan ed a costruire un test al fine di poterla misurare.
    Durante la ricerca in letteratura non ho potuto fare a meno di notare che le caratteristiche di personalità del “Peter” erano estremamente simili a quelle associate al più noto disturbo di personalità narcisistico, ipotesi questa effettivamente confermata dall’ analisi fattoriale che ha dimostrato una correlazione molto alta tra questi due quadri.
    Una bassa autostima e una componente “fobica” che spinge la persona che ne soffre a scappare da situazioni o circostanze vissute come “ansiogene” sono due delle caratteristiche più importanti in entrambi i disturbi.
    In quanto tesi in psicologia (e non in psichiatria) non ho preso in considerazione l’ aspetto farmacologico e pertanto non sono in grado di risponderle alla domanda relativa alla serotonina, mi dispiace.
    Relativamente alla terapia, trattandosi di quadri di personalità,un buon lavoro terapeutico richiede molto tempo e costanza ma ciò non escude la possibilità di acquisire una maggiore consapevolezza, da parte del paziente, circa le proprie dinamiche disturbate e la capacità, di conseguenza, di poterle modificare.
    Nella speranza di essere stata esaustiva, mi rendo disponibile per ulteriori delucidazioni e le auguro una buona giornata.

    Dott.ssa Ilaria Visconti – Firenze

  3. Ecco Irene, può trovare il nuovo articolo qui: http://www.psicologiaok.com/4934/sindrome-peter-pan/

    Buona Giornata 🙂

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