Iperattività e compiti a casa: strategie utili

kids_at_playDiversi anni fa, mia nonna riferendosi ai miei cugini vivaci, diceva sempre: “Hanno l’argento vivo addosso!” Con il passare degli anni questa espressione è stata sostituita dal termine iperattività. Ma vediamo meglio nel dettaglio con l’aiuto di un caso clinico se la vivacità è associabile all’iperattività.

Cominciamo con la descrizione di un caso: A., bambino di 9 anni, frequentante la 4° elementare. Molto intelligente, simpatico e affettuoso con tanta voglia di parlare con qualcuno; vive con i genitori e il fratello più grande di 16 anni. Viene segnalato dalle insegnanti in seconda elementare per la sua “vivacità” e difficoltà nella scrittura e seguito da una psicologa che nella sua diagnosi individua problematiche relative alla disortografia e iperattività.

A casa il bambino è seguito da due psicologhe che lo aiutano nello svolgimento dei compiti. Una descrizione del loro lavoro può aiutare a comprendere meglio in cosa consiste il sostegno a un bambino iperattivo e che tipo di strategie possono essere usate per gestire la fatica dei compiti a casa.

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PsychologyGià ad una prima osservazione emerge chiaramente che A. non riesce a stare fermo sulla sedia, si alza spesso, interrompe le spiegazioni, riferisce di essere molto stanco e di non aver voglia di studiare. Si evidenziano tre particolari che risultano rilevanti ai fini della definizione di una strategia operativa: una leggera difficoltà nella lettura, il fatto che commette molti errori di ortografia e il fatto che abitualmente usa svolgere i compiti seduto su una sedia a dondolo, che per ogni bambino, e in particolare per un bambino iperattivo, è un elemento che certamente non favorisce la concentrazione.

Dopo la prima fase di osservazione, le psicologhe definiscono un piano operativo e decidono di mettere in atto alcune strategie utili a migliorare la concentrazione, senza affaticare troppo il giovane studente:

  • Durante i compiti di narrativa, viene diviso a metà il testo da leggere: una parte viene letta dall’adulto, cambiando il tono della voce in base al personaggio per attrarre l’attenzione di A., l’altra parte viene letta dal bambino. Nelle lezioni successive si comincia a diminuire la parte riservata all’adulto e ad aumentare quella del bambino, monitorando i cambiamenti e tenendo conto del livello di stanchezza del bambino nel rispetto dei suoi tempi.
  • Per migliorare la sua postura da seduto, i compiti verranno svolti servendosi di una sedia comune e abbandonando quella a dondolo. Il bambino viene guidato in un esercizio di respirazione (del tipo “chiudi gli occhi, inspira lentamente ed espira e poni la tua attenzione all’aria che porti dentro e che poi butti fuori”) e dopo invitato a svolgere gli esercizi di lettura. Il bambino, inizialmente contrariato, dopo vari capricci si calma e inizia a sedersi composto. Inizialmente, essendo quello di rimanere fermo un comportamento per lui inusuale, viene mantenuto per non più di 15 minuti. Con un po’ di tenacia e fermezza da parte dell’adulto, il bambino pian piano assumerà naturalmente la postura corretta. Avere una postura adeguata e quindi il sedersi con la schiena dritta attaccata alla sedia e i piedi che poggiano a terra, permette infatti al bambino di percepire il proprio corpo, di respirare meglio e, nel caso della lettura, di focalizzare nel modo migliore le parole.
  • Per quanto concerne la disortografia, si osserva che il bambino commette molti errori di grammatica. Sul suo quaderno ci sono correzioni fatte dalla maestra e lui stesso è consapevole che la sua scrittura è incomprensibile (“eh sì lo so scrivo male e non si capisce”). Per non incidere negativamente sulla sua autostima, che probabilmente è già bassa, il bambino viene rassicurato e si concorda con lui sull’opportunità di lavorare un po’ per rendere più chiara la sua scrittura. Il lavoro consiste nel ritagliare 10 minuti della lezione a casa per potenziare l’ortografia, che va dall’uso delle doppie a quello dell’apostrofo usando esercizi e giochi: ad esempio, gli si presenta una serie di parole, 2 per riga, in cui il bambino deve scegliere quella corretta e insieme alla fine si corregge il compito. Un piccolo esercizio divertente da fare e che tutti noi conosciamo è il “gioco dell’impiccato”: è molto utile per far ripetere e memorizzare le parole-chiave delle lezioni che ha studiato nel pomeriggio.

Ovviamente per poter lavorare su tutte queste difficoltà, le psicologhe hanno dovuto lavorare molto per instaurare una relazione positiva con il bambino, cercando di sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda per permettergli di potersi fidare. Il bambino parla con loro dei suoi interessi, della sua giornata a scuola e del suo rapporto con i compagni, racconta delle sue difficoltà nello scrivere bene e nel far capire alle maestre quello che scrive. Come ogni buon lavoro psicologico, la relazione assume un’importanza strategica nel fornire un “senso” alle azioni e nel trasformare il sostegno all’attività in sostegno alla persona.

La descrizione del caso di A. ci aiuta, molto concretamente, a capire come alcuni problemi di attenzione e concentrazione non possano essere “liquidati” come semplice vivacità o distrazione tipica dei bambini. Non tutti i casi di difficoltà che nascono nell’ambiente scolastico possono essere ricondotti all’iperattività, tuttavia esse rappresentano un campanello d’allarme che non dev’essere sottovalutato ma sottoposto all’esame di un professionista in grado di effettuare una corretta diagnosi e di individuare il tipo di sostegno utile al bambino (e alla famiglia!) per affrontare il problema.

Vediamo ora più da vicino che cos’è l’iperattività e come genitori e insegnanti possono sostenere il bambino iperattivo nello studio e, più in generale, nella gestione degli aspetti più “disturbanti” legati a questo disturbo.

ADHDIl Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (DDAI), o più comunemente conosciuto con l’acronimo ADHD (dall’inglese Attention Deficit Hyperactivity Disorder), è un disturbo specifico evolutivo dell’autocontrollo di origine neurobiologica che insorge nell’infanzia ed “interferisce con il normale sviluppo psicologico del bambino ed ostacola lo svolgimento delle comuni attività quotidiane: andare a scuola, giocare con i coetanei, convivere serenamente con i genitori, e inserirsi normalmente nella società” [Marzocchi, 2003].

Si tratta quindi di un vero e proprio disturbo che impedisce a chi ne è affetto di selezionare gli stimoli ambientali, di pianificare le proprie azioni e controllare i propri impulsi. È fra i più frequenti disturbi psichiatrici dell’età evolutiva [Episcopo e Parena, 2003], soprattutto fra la popolazione maschile [Cohen et al.,1993; Szatmari et al., 1989].

Sintomi principali:

Il DEFICIT DI ATTENZIONE consiste nella “difficoltà a stare concentrati su qualcosa per più di qualche minuto” [Di Pietro e Dacomo, 2009], soprattutto se si tratta di attività ripetitive e noiose [Cornoldi et al., 2001], e nella difficoltà di autoregolazione dell’attenzione. Il bambino si distrae facilmente perché non riesce ad ignorare gli stimoli esterni di disturbo, come dei rumori occasionali, di conseguenza non riesce a seguire completamente un discorso o a finire un’attività che ha iniziato [Marzocchi, 2003].

homeworkfPer questo per lui diventa “un incubo fare i compiti perché ci vuole molto più tempo per finirli” [Di Pietro e Dacomo, 2009], oppure perde parte della spiegazione dell’insegnante per cui non sa cosa fare. Lo stesso accade per i compiti in classe: a volte gli capita di prendere dei voti bassi nonostante avesse le competenze e le conoscenze, soltanto perché ha commesso troppi errori di distrazione essendo stato poco attento o troppo veloce nello svolgimento. Ciò non dipende dalla volontà del bambino, bensì si tratta di “una cosa che succede senza che riesca a rendersene conto”: non sa gestire adeguatamente il tempo ed è incapace di pianificare le priorità tra le varie attività.

L’IPERATTIVITÀ (generalmente associata all’impulsività) consiste in un’eccessiva attività sia motoria che nel parlare [Cornoldi et al., 2001]: il bambino non riesce a stare fermo, è in continuo movimento senza uno scopo preciso, gioca in modo rumoroso e disorganizzato. Il motivo, secondo R.M. Tannock, è che il bambino iperattivo nel momento in cui percepisce come più pressante la fatica di rimanere concentrato, “inconsapevolmente fa aumentare il proprio livello di attività motoria”, ciò perché sembra che “il movimento aiuti il bambino a prolungare i tempi di attenzione e a sopportare meglio lo sforzo cognitivo” [Marzocchi, 2003].

Abbiamo descritto come un professionista affronta soggetti con iperattività e quali strategie può mettere in atto per aiutare un bambino a studiare senza distrazioni.

Ma chi non è uno psicologo o un educatore cosa può fare? Come può un genitore o un insegnante gestire l’iperattività del proprio figlio o studente?

Alcuni comportamenti utili che i genitori/insegnanti possono mettere in atto sono:

  • ISTRUZIONI BREVI (di dieci parole o meno), semplici e specifiche: devono descrivere passo per passo quello che il bambino deve fare.
  • RINFORZI POSITIVI. Per fare in modo che il bambino manifesti più frequentemente certi comportamenti positivi e adeguati è molto importante prestare attenzione e premiare tali azioni anche quando si è irritati con lui per altri motivi.
  • IGNORARE. Anche se difficile, ma è indispensabile ignorare i comportamenti lievemente negativi, se sono messi in atto allo scopo di attirare l’attenzione del genitore (lamentarsi, fare il broncio) o se non sono realmente dannosi.
  • NON LASCIARE CHE IL BAMBINO FACCIA A MODO SUO. Non permettere al bambino di fare quello che vuole per evitare un incremento dei comportamenti problematici: il bambino ha bisogno di una guida per imparare i comportamenti corretti.
  • AIUTARE IL FIGLIO A RISOLVERE I PROBLEMI. Agire da modello per indurre il bambino a imitare i genitori affinché impari a risolvere i propri problemi in modo riflessivo e con dei piani d’azione.
  • EDUCAZIONE COERENTE. Utilizzare premi e gratificazioni di comportamenti positivi, stabilire dei “contratti comportamentali”, ovvero vere e proprie contrattazioni genitore-bambino per stabilire norme e regole comportamentali condivise, e adottare in modo coerente a ogni comportamento positivo o negativo del figlio le regole concordate.
  • CONTROLLARE. Stabilire con il figlio specifiche regole di comportamento, verificare che queste vengano rispettate e prendere provvedimenti ogni volta che una regola viene infranta.

A SCUOLA:

  • Predisporre l’ambiente nel quale viene inserito lo studente in modo tale da ridurre al minimo le fonti di distrazione.
  • Prevedere l’utilizzo di tecniche educative di documentata efficacia come aiuti visivi, introduzione di routine, tempi di lavoro brevi o con piccole pause, gratificazioni immediate, procedure di controllo degli antecedenti e conseguenti.
  • Definire con tutti gli studenti poche e chiare regole di comportamento da mantenere all’interno della classe.
  • Concordare con l’alunno piccoli e realistici obiettivi comportamentali e didattici da raggiungere nel giro di qualche settimana.
  • Allenare il ragazzo ad organizzare il proprio banco in modo da avere solo il materiale necessario per la lezione del momento.
  • Incoraggiare l’uso di diagrammi di flusso, tracce, tabelle, parole chiave per favorire l’apprendimento e sviluppare la comunicazione e l’attenzione.
  • Favorire l’uso del computer e di enciclopedie multimediali, vocabolari su CD, ecc.
  • Assicurarsi che, durante l’interrogazione, l’alunno abbia ascoltato e riflettuto sulla domanda e incoraggiare una seconda risposta qualora tenda a rispondere frettolosamente.
  • Organizzare prove scritte suddivise in più parti e invitare lo studente ad effettuare un accurato controllo del proprio compito prima di consegnarlo.
  • Comunicare chiaramente i tempi necessari per l’esecuzione del compito.
  • Valutare gli elaborati scritti in base al contenuto, senza considerare esclusivamente gli errori di distrazione, valorizzando il prodotto e l’impegno piuttosto che la forma.
  • Le prove scritte dovrebbero essere suddivise in più quesiti.
  • Evitare di comminare punizioni mediante: un aumento dei compiti per casa, una riduzione dei tempi di ricreazione e gioco, l’eliminazione dell’attività motoria, la negazione di ricoprire incarichi collettivi nella scuola, l’esclusione dalla partecipazione alle gite.
  • Le gratificazioni devono essere ravvicinate e frequenti.

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Dott.ssa Annalisa Sarno

Psicologa redattrice EMAIL: lisa.sa@libero.it Sono la Dott.ssa Annalisa Sarno, iscritta all’Ordine degli Psicologi del Veneto con il n. 8384. Ho conseguito la laurea triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche presso l’Università degli Studi di Bari nel 2007 e successivamente la laurea specialistica in Psicologia Clinico-Dinamica presso l’Università degli Studi di Padova nel 2010. Attualmente frequento un Master sui Disturbi di Apprendimento a Milano. Da due anni sono volontaria presso la Cooperativa Codess di Padova, affiancando vari educatori in attività di doposcuola in diversi istituti scolastici. Svolgo sostegno psicologico come libero professionista presso lo studio di Psicologia a Padova. Collaboro con la cooperativa Coves di Padova in progetti di prevenzione sulle dipendenze giovanili e sulla promozione del benessere nelle scuole. Avendo maturato esperienza dopo la laurea presso il Dipartimento Dipendenze di Padova, mi occupo anche di consulenza e sostegno di soggetti con varie tipologie di dipendenze ma soprattutto quella del gioco d’azzardo. La competenze acquisite nel corso della mia esperienza formativa, mi portano ad essere una professionista sensibile al bisogno del paziente, soffermandomi sul contesto in cui vive e sul suo background familiare e sociale. Lavorare con i bambini e affacciarsi al mondo della scuola, mi ha permesso di prestare attenzione alle esigenze giovanili, al loro bisogno di avere un punto di riferimento obiettivo e rassicurante, in una fase della crescita piena di dubbi e di cambiamenti.

2 Responses

  1. Complimenti per l’articolo e per i suggerimenti consigliati sia ai genitori che a scuola.

  2. Annalisa Sarno ha detto:

    @ Dott.ssa Monia Ferretti:
    La ringrazio Dott.ssa Ferretti. Scrivendo questo articolo, ho cercato di focalizzare l’attenzione sulla mia esperienza con bambini iperattivi per poi arrivare a formulare consigli pratici per i genitori che affrontano quotidianamente questa problematica. La teoria è sì importante, ma è l’esperienza a mio avviso che aiuta in ogni situazione.
    Dott.ssa Annalisa Sarno

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