Hikikomori: giovani in ritiro sociale

Quando si parla di Hikikomori non si può non affrontare il tema partendo dal Giappone, paese in cui per la prima volta nel lontano 1998 lo psichiatra Tamaki Saito ha usato il termine in un testo scientifico per riferirsi a chi “decide” di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi (mesi o anni) non avendo nessun contatto con il mondo esterno (per approfondimenti, clicca QUI)

Nel paese nipponico il fenomeno riguarda l’1.2% della popolazione (il 2% di quella giovanile) secondo le associazioni di settore, nel nostro paese si parla di più di 100.000 casi in aumento.

In Italia un’Associazione di genitori Hikikomori Italia si è costituita nel 2017 a seguito dell’interesse destato dal blog sul tema creato dal Dott. Marco Crepaldi. Sono genitori, inizialmente persi, che hanno deciso di scendere in campo per affrontare il disagio in prima persona consapevoli, proprio grazie alla ricerca del Dott. Crepaldi ed agli articoli pubblicati sul blog, del fatto che Hikikomori non è una patologia, che il proprio figlio non è un “malato” bisognoso di cure, ma che è l’intero sistema ad avere un problema, compresa la famiglia.

La letteratura scientifica concorda pertanto sul fatto che Hikikomori non è una patologia né il sintomo di un disturbo psichiatrico. Al momento dell’esordio, quindi,  non ci sono psicopatologie (depressione, fobia sociale, disturbi psichiatrici, dipendenza da internet etc…) causa dell’isolamento, ma queste possono comparire  (e spesso ciò avviene) in una fase successiva.

La dipendenza da internet in particolare spesso viene confusa con l’Hikikomori. Sebbene, però, fra i due fenomeni possano esserci dei legami, essi non si sovrappongono! Nel caso dell’Hikikomori l’isolamento non è causato da internet (giochi, chat, siti di vario genere), anzi, nelle prime fasi internet può essere persino di aiuto per non chiudere completamente ogni relazione sociale: è l’unico modo che la persona ha per rimanere in contatto con il mondo.

Hikikomori è un disagio sociale, deriva dalle pressioni di realizzazione sociale (scolastiche, personali, lavorative etc…) messe in atto dai paesi economicamente sviluppati e, nel loro piccolo e in modo più o meno esplicito, dai genitori e dalla famiglia.

La persona che “sceglie” di isolarsi lo fa perché non accetta tutto ciò: non ha paura di uscire, non è apatica, non è agorafobica…“semplicemente” vuole prendersi una pausa. Pausa da cui però è difficile uscire.

Dopo una prima fase di isolamento, infatti, la persona inizia per forza di cose – a causa della deprivazione sensoriale e relazionale – a manifestare i primi segni di disagio: apatia, tristezza, ansia…fino ad arrivare ad un punto in cui il solo pensiero di uscire diventa inaccettabile! Ci sono persone, anche nel nostro paese, chiuse in casa da anni che, quando si riesce a entrare in contatto con loro, rimandano proprio l’incapacità anche solo di pensare ad uscire di casa.

E’ come un muscolo che se non allenato si atrofizza: l’Hikikomori perde la capacità di relazionarsi con il mondo esterno non avendola utilizzata per molto tempo.

Numerosi genitori ma anche amici, conoscenti, addetti ai lavori, ci chiedono spesso “come faccio a capire che è Hikikomori? Quali sono i segnali che mi devono destare preoccupazione?”

Ci sono varie fasi dell’isolamento: inizialmente la persona inizia a percepire il malessere nelle relazioni sociali ma cerca comunque di combattere l’isolamento. Nonostante ciò, iniziano le prime assenze da scuola di solito legate a insuccessi o atti di bullismo. I primi hobby vengono abbandonati e la persona inizia a chiudersi al contatto esterno. Questa chiusura si ripercuote anche nel rapporto con i genitori. All’ultimo stadio, il ragazzo o la ragazza si è già isolato/a completamente e, spesso, sono insorti disturbi psicopatologici (depressione, ansia, disturbi alimentari, disturbi ossessivo compulsivi)

Certamente si può trattare anche di una fase passeggera o sintomo di una serie di altre problematiche, ma un occhio attento del genitore ci deve essere sin da questa fase: egli deve osservare senza intervenire e, magari, dal canto suo iniziare ad informarsi perché più si va avanti e più diventa difficile affrontare la situazione.

Come ogni disagio, in una fase iniziale è possibile intervenire con meno sforzi, in minor tempo e con maggiori possibilità di successo. Nel caso dell’Hikikomori la fase iniziale riguarda proprio i genitori!

Dalla nostra esperienza abbiamo notato quanto l’intervento sul singolo possa essere inutile e, in alcuni casi, anche dannoso: Hikikomori non sa e non ammette di avere un disagio. I problemi sono degli altri: della famiglia, della società, della scuola…Ed è lì che bisogna intervenire!

Nelle linee guida messe a punto dall’Associazione Hikikomori Italia si parte proprio dal genitore che in primis deve prendere consapevolezza del fenomeno, delle sue caratteristiche, dei risvolti pratici e delle strategie di comunicazione.

L’autoformazione è un prerequisito essenziale!

In molti casi, come è naturale che sia, il genitore cerca di intervenire con minacce, ricatti, punizioni…nel caso dell’Hikikomori sono soluzioni che non servono a nulla e, anzi, peggiorano la situazione! Parafrasando il pensiero di un ragazzo dell’associazione, “è come chiedere a qualcuno che è rimasto vittima di un incendio di ributtarsi di nuovo in una casa in fiamme. Chi di noi lo farebbe?

Forzare la persona ad uscire incrementa solo la sua chiusura. Comunicare la necessità di frequentare la scuola e gli amici “per il tuo bene” è solo fare pressione su una persona che dalla pressione sta cercando di fuggire.  Trasferire la

propria ansia sul proprio figlio o la propria figlia è il modo migliore per aumentare la sua.

Bisogna imparare nuovi modi di comunicare, di relazionarsi, nuove strategie da mettere in atto.

Questo non significa assecondare ogni suo desiderio, mettersi in una posizione down, accettare ogni suo comportamento verbale e non verbale, ogni suo attacco…significa piuttosto prendersi una pausa (come lui/lei d’altronde) per potersi informare, confrontarsi, comprendere cosa ha funzionato e cosa invece no, imparare grazie all’aiuto di chi ci è passato e che ce l’ha fatta.

L’Associazione Hikikomori Italia ha attivato numerosi gruppi di auto/mutuo aiuto per i genitori, consulenze psicologiche e psicoterapie a prezzi agevolati per chi si associa, una chat di supporto per gli stessi ragazzi oltre a seminari informativi.

Perché sì, dall’Hikikomori si può uscire! 

 

Molti genitori raccontano come grazie all’aiuto degli altri genitori, ma anche di professionisti esperti del fenomeno e di un cambio di prospettiva, i loro figli finalmente abbiano recuperato in primis un rapporto con loro – primo macro obiettivo – e successivamente, proprio grazie a questo,  abbiano trovato la forza di superare il disagio e/o di chiedere aiuto ad uno psicologo/psicoterapeuta.

 

 

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Se sei un genitore o un/una giovane che si riconosce nella descrizione del fenomeno riportata nell’articolo, puoi contattare:

Dott.ssa Chiara illiano

3479170246

lazio.psi@hikikomoriitalia.it

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Dott.ssa Chiara Illiano

Psicologa clinica, psicoterapeuta, esperta in psicologia giuridica, formatrice redattrice EMAIL: c.illiano@tiscali.it Nel 2005 ho conseguito la laurea in psicologia presso l’Università La Sapienza di Roma e, come la maggior parte degli psicologi, sognavo di fare la psicoanalista. Il destino e, soprattutto, le mie scelte, mi hanno invece portato a specializzarmi in psicoterapia breve ad approccio strategico e a diventare psicologa giuridica. Amo la pragmaticità, la creatività, credo che il cambiamento passi attraverso una nuova visione della realtà, di noi stessi e di chi ci circonda. Come dice Huxley “la realtà non è ciò che ci accade ma ciò che facciamo di quello che ci accade”. Ho iniziato la mia “vita” da professionista, collaborando con un’associazione che si occupa di “minori a rischio” e di “anziani fragili”, per poi passare al Telefono Azzurro, in cui ho lavorato per circa 3 anni. Dal 2010 ho iniziato la mia avventura da libero professionista come psicoterapeuta, psicologa giuridica, esperta in tecniche di rilassamento ed ipnosi e formatrice/docente presso enti pubblici e privati. Collaboro, inoltre, con un’associazione che si occupa di dipendenze (da sostanze, da alcool, da internet, da gioco e affettive) e di disagi psicologici individuali e relazionali. Non ho certezze nella mia vita e non credo nelle verità assolute, ma il paradosso sta proprio qui, infatti sono certa che questo sia il MIO lavoro e lo faccio in primis con passione e amore.

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