Solitudine: nemica da temere o preziosa alleata da ricercare?

La solitudine a volte è la miglior compagna. Non fa mai domande inutili e spesso dà delle risposte. (Gabriele Martufi)

 

Siamo esseri sociali. Abbiamo bisogno gli uni degli altri per sentirci amati, apprezzati, desiderati, utili…. Abbiamo bisogno di rispecchiarci nei nostri simili e di costruire relazioni significative. Abbiamo bisogno di conoscere attraverso gli altri il nostro posto nel mondo e di costruire la nostra identità attraverso i ruoli che ricopriamo in famiglia, sul lavoro, nella società, nel gruppo dei pari… Ecco perché alla parola “solitudine” spesso attribuiamo un significato negativo che rimanda quantomeno a un vissuto di tristezza o di mancanza.

Ma vivere momenti di solitudine è davvero così terribile?

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Partiamo da un primo dato fondamentale: ogni solitudine è diversa dall’altra.

Ognuno di noi attribuisce alla solitudine un significato diverso e la stessa persona può sperimentare vissuti diversi di solitudine in frangenti diversi della propria vita. Inoltre, la solitudine non è uno stato oggettivo e non coincide affatto con l’essere realmente soli ma si declina anche nel “sentirsi soli”, pur avendo intorno moltissima gente!

Ciò significa che alcuni individui possono sentirsi a loro agio in uno stato di isolamento dagli altri per periodi più o meno lunghi o che addirittura amino non avere intorno troppe persone; mentre altri sperimentano un angoscioso senso di solitudine pur essendo coinvolti in molte relazioni significative che, però, non ritengono soddisfacenti e piene o comunque valutano al di sotto del proprio “standard interno” tanto per numero di relazioni instaurate quanto per la loro qualità (modello della discrepanza cognitiva di Perlman e Peplau, 1982).

Possiamo quindi dire che esistono vissuti di solitudine che influiscono negativamente sullo stato di benessere dell’individuo e, potenzialmente, possono configurarsi come patologici.

Parliamo della solitudine forzata, quella ad esempio che si può vivere in uno stato di abbandono: pensiamo agli anziani lasciati soli dalle proprie famiglie e che non hanno ormai più le risorse per ricostruirsi una rete sociale. Parliamo della solitudine interiore che, come dicevamo, non nasce dall’isolamento fisico ma ha maggiormente a che fare con alcuni fattori (sviluppo dell’identità, autostima, caratteristiche di personalità, emotività, dinamiche relazionali…) a cui possono anche legarsi determinate forme di disagio sociale e psicologico come nei casi di depressione, fobia sociale, Hikikomori, disturbi alimentari, dipendenza affettiva, da sostanze, dal gioco…con il risultato di amplificare il senso di vuoto e solitudine in un circolo vizioso che si autoalimenta. Parliamo anche della solitudine che si sperimenta in occasioni dolorosamente significative, ad esempio legate alla perdita di qualcuno. Persino la rete Internet e i social network possono agevolare vissuti di solitudine negativa!

Esistono poi vissuti di solitudine assolutamente “sani” e, anzi, necessari come le tenebre sono necessarie per farci apprezzare la luce. Preziose occasioni di confronto con se stessi, di riflessione, di rinascita e crescita personale che può farci sperimentare altri modi di essere noi stessi o di dare significato al nostro contesto quotidiano.

Secondo alcune ricerche, chi vive con serenità e, anzi, ricerca attivamente degli spazi di sana solitudine, trascorre questo tempo in modo più felice e produttivo di chi, al contrario, subisce questo stato e gli attribuisce una connotazione negativa. Le persone “felicemente sole”, infatti, dedicano la maggior parte del tempo in cui sono “disconnesse” dagli altri ad attività in grado di stimolare la creatività e il pensiero divergente riuscendo così a canalizzare le energie mentali rigenerate nello sviluppo di nuove idee, progetti di cambiamento, pensieri positivi, rilassanti e in grado di ridurre lo stress. Grazie alla possibilità di vivere un tempo vuoto e, perché no!, di noia possiamo trovare risposte a questioni o problemi che, distratti dalle serrate routine quotidiane, facciamo fatica a volte a focalizzare. E’ in questi momenti, infatti, che la mente è libera di vagare e può più facilmente arrivare a soffermarsi su elementi del problema che in un primo tempo non eravamo neanche in grado di vedere e considerare!

Nei momenti di sana solitudine possiamo soprattutto metterci in ascolto dei nostri più intimi bisogni, entrare e rimanere in contatto con le nostre emozioni più a lungo. Affinare la nostra capacità di distinguerle, evocarle, gestirle. Osservare come si legano ad alcuni aspetti salienti della nostra vita per aiutarci a migliorare la qualità delle nostre relazioni, dirigere il cambiamento e prendere decisioni importanti nel cammino verso il benessere e autorealizzazione.

Appurati i benefici di considerare la solitudine una preziosa alleata piuttosto che un acerrimo nemico da combattere, cosa possiamo fare se siamo fra coloro che tendono a vivere la solitudine con fastidio, ansia, frustrazione, paura, disagio, sofferenza? Possiamo cambiare il nostro atteggiamento e iniziare a riservare alla solitudine uno sguardo più benevolo?

Partiamo da presupposto che la sofferenza interiore, al pari della sensazione di dolore per il nostro corpo, rappresenta un campanello di allarme che ci annuncia che qualcosa non va per il verso giusto, che è venuto meno un equilibrio o c’è una ferita da sanare.

Esattamente come per il dolore fisico, ignorare uno stato interiore che genera sofferenza può non rivelarsi una mossa vincente!

La prima cosa da fare pertanto è accogliere il senso di solitudine quando arriva, senza opporsi ad esso o cercare mille modi per evitarlo. Guardiamolo dritto in faccia e proviamo a capire cosa ci sta comunicando, quali emozioni o fantasie porta con sé. Nel far questo può esserci d’aiuto tenere un diario in cui annotare gli stati d’animo e i pensieri nei diversi momenti in cui la solitudine ci assale.

Inoltre, probabilmente tutti abbiamo potuto sperimentare come sia più facile rimanere in contatto con sé stessi nei momenti di serenità e calma. Può quindi essere utile provare a ricercare uno stato di solitudine e aprire un dialogo interiore con le proprie emozioni in situazioni che favoriscono uno stato di quiete come quando si pratica attività fisica, si sta a contatto con la natura o ci si perde in un’attività rilassante come colorare un mandala. Molti sfruttano con successo le pratiche di meditazione e visualizzazione per raggiungere uno stato di benefica tranquillità.

Queste abitudini peraltro, insieme a una buona alimentazione e al buon sonno, contribuiscono a mantenere uno stile di vita sano essenziale per combattere i cali del tono dell’umore e lo stress, acerrimi nemici di un buon rapporto con la solitudine.

Sarà poi fondamentale accrescere la consapevolezza sul modo in cui tendiamo a funzionare in determinate circostanze. Solo così potremo capire meglio cosa del rimanere soli con se stessi ci crea tanto disagio da volerlo evitare a tutti i costi e, soprattutto, di cosa abbiamo bisogno per stare meglio.

Per ognuno è diverso e più l’intervento sarà tarato sulle proprie peculiari caratteristiche personali e più sarà efficace e ci calzerà a pennello come un abito cucito su misura.

A seconda di quanto siamo abituati a entrare in contatto intimo con noi stessi ma anche della fase di vita in cui ci troviamo o di quanto profondo è il disagio che proviamo, potremmo avere più o meno bisogno di un supporto professionale. Attraverso l’ascolto attivo e la relazione empatica, infatti, lo psicologo può fungere da guida e facilitatore in questa esplorazione e può concretamente aiutarci a focalizzare alcuni nodi chiave su cui lavorare. Avrà a disposizione tecniche e strumenti utili a costruire con noi il percorso più adatto alle nostre esigenze individuando gli obiettivi di cambiamento e le modalità più coerenti con essi e con il nostro modo di essere.

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Dott.ssa Laura Caminiti

HR Consultant, specialista in selezione e formazione delle Risorse Umane Socia fondatrice, amministratrice e responsabile di PsicologiaOK EMAIL: caminiti.laura@gmail.com Sono una persona socievole e dinamica, aperta alle novità e al cambiamento. Da bambina ho sognato di fare il prestigiatore, il meccanico, lo scienziato, l’artista, il veterinario...poi a un certo punto mi sono accorta che mi piaceva osservare le persone. Volevo conoscere le loro storie, comprendere i motivi per cui si comportavano in un certo modo, scovare cosa le accomuna e cosa le rende così diverse, sapere dove si trovano le risorse per reagire ai momenti difficili che la vita a volte ci impone. Così ho scelto la Psicologia e, poco più avanti nel percorso, ho conosciuto e mi sono innamorata della Psicologia del Lavoro e di tutto ciò che ruota intorno al settore delle Risorse Umane. Oggi sono una Psicologa del Lavoro e delle Organizzazioni (iscrizione all’Albo n° 18846 - Ordine degli Psicologi del Lazio), laureata a Firenze con ordinamento quinquennale. Ho un master in Gestione, Sviluppo e Amministrazione del Personale. Attualmente lavoro presso la Baby & Job s.r.l., società che opera nell'ambito dei servizi dedicati all'infanzia. Mi occupo di selezione, sviluppo, progettazione e supporto alla Direzione. Coordino anche il centro di ricerca e formazione interno, Infanzia & Dintorni. In passato, ho acquisito una discreta esperienza nel campo dell’accoglienza e del supporto al disagio sociale grazie al mio lavoro di educatrice di sostegno ai bambini disabili nelle scuole d’infanzia e operatrice in casa famiglia; ma anche di ricerca e sviluppo nel campo degli strumenti di assessment psicologico. La mia frase preferita: “Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde” (Alessandro Baricco)

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